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Note per Studenti Formulario · Algebra Lineare e Geometria

FormularioAlgebra Lineare e Geometria: definizioni, teoremi e formule delle note, in ordine di capitolo

In questa pagina 8

I. Spazi vettoriali

Campi

Definizione (campo). Un campo è un insieme non vuoto KK con due operazioni, la somma ++ e il prodotto ⋅\cdot, tali che per ogni a,b,c∈Ka, b, c \in K:

  1. (a+b)+c=a+(b+c)(a + b) + c = a + (b + c) (associativa della somma);
  2. a+b=b+aa + b = b + a (commutativa della somma);
  3. esiste un elemento 0∈K0 \in K con 0+a=a0 + a = a per ogni aa (elemento neutro della somma);
  4. per ogni aa esiste −a∈K-a \in K con a+(−a)=0a + (-a) = 0 (opposto);
  5. (ab)c=a(bc)(a b) c = a (b c) (associativa del prodotto);
  6. ab=baa b = b a (commutativa del prodotto);
  7. esiste un elemento 1∈K1 \in K, con 1≠01 \ne 0, tale che 1⋅a=a1 \cdot a = a per ogni aa (elemento neutro del prodotto);
  8. per ogni a≠0a \ne 0 esiste a−1=1a∈Ka^{-1} = \frac1a \in K con a⋅a−1=1a \cdot a^{-1} = 1 (inverso);
  9. (a+b)c=ac+bc(a + b) c = a c + b c e c(a+b)=ca+cbc (a + b) = c a + c b (distributive).

Esempio. Q\mathbb{Q}, R\mathbb{R} e C\mathbb{C} sono campi. Z\mathbb{Z} non lo è: 22 non ha inverso moltiplicativo in Z\mathbb{Z}. L'insieme Z2={0,1}\mathbb{Z}_2 = \{0, 1\}, con somma e prodotto modulo 22, è un campo.

Spazi vettoriali

Definizione (spazio vettoriale). Sia KK un campo. Uno spazio vettoriale su KK è un insieme non vuoto VV con due operazioni:

  • la somma di vettori: a v,w∈Vv, w \in V associa v+w∈Vv + w \in V;
  • il prodotto per uno scalare: a α∈K\alpha \in K e v∈Vv \in V associa αv∈V\alpha v \in V;

tali che per ogni u,v,w∈Vu, v, w \in V e α,β∈K\alpha, \beta \in K:

  1. (u+v)+w=u+(v+w)(u + v) + w = u + (v + w) (associativa);
  2. u+v=v+uu + v = v + u (commutativa);
  3. esiste un vettore 0⃗∈V\vec 0 \in V, il vettore nullo, con 0⃗+v=v\vec 0 + v = v per ogni vv;
  4. per ogni vv esiste −v∈V-v \in V, l'opposto, con v+(−v)=0⃗v + (-v) = \vec 0;
  5. (αβ)v=α(βv)(\alpha \beta) v = \alpha (\beta v);
  6. (α+β)v=αv+βv(\alpha + \beta) v = \alpha v + \beta v e α(v+w)=αv+αw\alpha (v + w) = \alpha v + \alpha w (distributive);
  7. 1⋅v=v1 \cdot v = v.

Gli elementi di VV si chiamano vettori, quelli di KK scalari.

Esempio. R2\mathbb{R}^2 con somma e prodotto per scalari per componenti è uno spazio vettoriale su R\mathbb{R}; lo è anche l'insieme dei polinomi di grado al più 22.

Definizione (lo spazio Kⁿ). Kn={(a1,a2,…,an):ai∈K}K^n = \{(a_1, a_2, \dots, a_n) : a_i \in K\} (il prodotto cartesiano K×⋯×KK \times \dots \times K di nn copie di KK, come R2\mathbb{R}^2 e R3\mathbb{R}^3 in Operazioni tra insiemiUnione, intersezione, differenza, complementare e prodotto cartesiano, con le leggi di De Morgan e il legame con la logica.Operazioni tra insiemi →) con (a1,…,an)+(b1,…,bn)=(a1+b1,…,an+bn),λ(a1,…,an)=(λa1,…,λan).(a_1, \dots, a_n) + (b_1, \dots, b_n) = (a_1 + b_1, \dots, a_n + b_n), \qquad \lambda (a_1, \dots, a_n) = (\lambda a_1, \dots, \lambda a_n).

Esempio numerico in R3\mathbb{R}^3: prima il prodotto, 3⋅(2,1,4)=(3⋅2,3⋅1,3⋅4)=(6,3,12)3 \cdot (2, 1, 4) = (3 \cdot 2, 3 \cdot 1, 3 \cdot 4) = (6, 3, 12), poi la somma componente per componente: (1,−2,0)+(6,3,12)=(1+6,−2+3,0+12)=(7,1,12)(1, -2, 0) + (6, 3, 12) = (1 + 6, -2 + 3, 0 + 12) = (7, 1, 12).

Combinazioni lineari e dipendenza lineare

Definizione (combinazione lineare). Dati i vettori v1,…,vrv_1, \dots, v_r di uno spazio vettoriale VV su KK e gli scalari a1,…,ar∈Ka_1, \dots, a_r \in K, il vettore a1v1+a2v2+⋯+arvr=∑i=1raivia_1 v_1 + a_2 v_2 + \dots + a_r v_r = \sum_{i=1}^r a_i v_i si chiama combinazione lineare di v1,…,vrv_1, \dots, v_r con coefficienti a1,…,ara_1, \dots, a_r.

Esempio. In R2\mathbb{R}^2, 2(1,0)−3(0,1)=(2,−3)2(1,0) - 3(0,1) = (2,-3) è una combinazione lineare di e1e_1 ed e2e_2 con coefficienti 22 e −3-3.

Grafico interattivo: La combinazione 2u − 3w con u = (1, 0) e w = (1, 1): si sommano i vettori 2u e −3w, uno in coda all'altro, e si arriva in (−1, −3)

Definizione (indipendenza e dipendenza lineare). I vettori v1,…,vrv_1, \dots, v_r sono linearmente indipendenti se a1v1+⋯+arvr=0⃗⟹a1=a2=⋯=ar=0,a_1 v_1 + \dots + a_r v_r = \vec 0 \quad \Longrightarrow \quad a_1 = a_2 = \dots = a_r = 0, cioè se l'unica combinazione lineare uguale al vettore nullo è quella con tutti i coefficienti nulli.

Sono linearmente dipendenti se non sono indipendenti, cioè se esistono a1,…,ara_1, \dots, a_r non tutti nulli (basta uno diverso da zero) con a1v1+⋯+arvr=0⃗a_1 v_1 + \dots + a_r v_r = \vec 0.

Esempio. In R2\mathbb{R}^2, (1,2)(1,2) e (2,4)(2,4) sono dipendenti (2(1,2)−(2,4)=(2−2,4−4)=(0,0)2(1,2) - (2,4) = (2 - 2, 4 - 4) = (0,0), con coefficienti 22 e −1-1), mentre (1,0)(1,0) e (0,1)(0,1) sono indipendenti: a(1,0)+b(0,1)=(a,b)a(1,0) + b(0,1) = (a, b), che è (0,0)(0,0) solo se a=b=0a = b = 0.

Grafico interattivo: (1, 2) e (2, 4) stanno sulla stessa retta per l'origine (dipendenti: (2, 4) = 2·(1, 2)); (1, 0) e (0, 1) hanno direzioni diverse (indipendenti)

Teorema (dipendenza e combinazioni lineari). I vettori v1,…,vnv_1, \dots, v_n sono linearmente dipendenti se e solo se almeno uno di essi si può scrivere come combinazione lineare dei rimanenti.

Esempio. v1=(1,0)v_1 = (1,0), v2=(0,1)v_2 = (0,1), v3=(2,3)v_3 = (2,3) sono dipendenti, perché v3=2v1+3v2v_3 = 2v_1 + 3v_2, cioè 2v1+3v2−v3=0⃗2v_1 + 3v_2 - v_3 = \vec 0.

Sottospazi vettoriali

Definizione (sottospazio vettoriale). Sia VV uno spazio vettoriale su KK. Un sottoinsieme non vuoto W⊆VW \subseteq V è un sottospazio vettoriale di VV se è a sua volta uno spazio vettoriale con le stesse operazioni di VV. Questo equivale a chiedere che WW sia chiuso per le due operazioni:

  1. w1,w2∈W⟹w1+w2∈Ww_1, w_2 \in W \Longrightarrow w_1 + w_2 \in W (chiuso per la somma);
  2. λ∈K\lambda \in K, w∈W⟹λw∈Ww \in W \Longrightarrow \lambda w \in W (chiuso per il prodotto per scalari).

Esempio. W={(x,y)∈R2:3x−2y=0}W = \{(x,y) \in \mathbb{R}^2 : 3x - 2y = 0\} è un sottospazio di R2\mathbb{R}^2; {(x,y):y=x2}\{(x,y) : y = x^2\} non lo è, perché (1,1)(1,1) e (−1,1)(-1,1) gli appartengono (1=12=(−1)21 = 1^2 = (-1)^2), ma la loro somma (0,2)(0,2) no (02=0≠20^2 = 0 \ne 2).

Proprietà (test del vettore nullo). se 0⃗∉W\vec 0 \notin W, allora WW non è un sottospazio.

Esempio. W={(x,y):x+y=1}W = \{(x,y) : x + y = 1\} non contiene (0,0)(0,0) (perché 0+0≠10 + 0 \ne 1): non è un sottospazio di R2\mathbb{R}^2.

Intersezione, somma e sottospazio generato

Definizione (intersezione di sottospazi). U∩W={v∈V:v∈U e v∈W}U \cap W = \{v \in V : v \in U \text{ e } v \in W\}.

Esempio. In R2\mathbb{R}^2, {(a,0)}∩{(0,b)}={(0,0)}\{(a,0)\} \cap \{(0,b)\} = \{(0,0)\} (asse xx e asse yy).

Teorema (l'intersezione di sottospazi è un sottospazio). Se UU e WW sono sottospazi di VV, anche U∩WU \cap W è un sottospazio di VV.

Esempio. In R3\mathbb{R}^3 l'intersezione dei piani x=0x = 0 e y=0y = 0 è l'asse zz, che è un sottospazio: i vettori che soddisfano entrambe le equazioni sono quelli della forma (0,0,z)(0, 0, z).

Definizione (somma di sottospazi). La somma di UU e WW, indicata con U+WU + W, è il più piccolo sottospazio di VV che contiene U∪WU \cup W.

Esempio. In R3\mathbb{R}^3 la somma delle rette ⟨e1⟩\langle e_1 \rangle e ⟨e2⟩\langle e_2 \rangle è il piano ⟨e1,e2⟩\langle e_1, e_2 \rangle.

Teorema (descrizione della somma). U+W={u+w:u∈U, w∈W}U + W = \{u + w : u \in U,\ w \in W\}, cioè la somma contiene esattamente tutte le somme di un vettore di UU con un vettore di WW (da qui il nome e il simbolo).

Esempio. Con U=⟨(1,0)⟩U = \langle (1,0) \rangle e W=⟨(0,1)⟩W = \langle (0,1) \rangle: U+W={(a,0)+(0,b)}=R2U + W = \{(a,0) + (0,b)\} = \mathbb{R}^2.

Grafico interattivo: U + W = R² per le rette U: y = x e W: y = −x; il vettore (1, 3) è la somma di u = (2, 2) ∈ U e w = (−1, 1) ∈ W

Definizione (sottospazio generato). Il sottospazio generato da SS, indicato con ⟨S⟩\langle S \rangle (in alcuni testi L(S)L(S), "lineare generato"), è il più piccolo sottospazio di VV che contiene SS.

Esempio. ⟨(1,2)⟩={λ(1,2):λ∈R}\langle (1,2) \rangle = \{\lambda (1,2) : \lambda \in \mathbb{R}\} è la retta per l'origine di direzione (1,2)(1,2). I suoi punti sono (λ,2λ)(\lambda, 2\lambda): la seconda coordinata è il doppio della prima, quindi è la retta y=2xy = 2x, cioè 2x−y=02x - y = 0.

Grafico interattivo: ⟨(1, 2)⟩ è la retta 2x − y = 0: contiene tutti i multipli λ·(1, 2), qui per λ = −1, 1/2, 1 e 2

Teorema (il sottospazio generato è l'insieme delle combinazioni lineari). ⟨S⟩\langle S \rangle è l'insieme di tutte le combinazioni lineari (finite) di vettori di SS:

⟨S⟩={λ1v1+⋯+λrvr:r≥1, λi∈K, vi∈S}.\langle S \rangle = \left\{ \lambda_1 v_1 + \dots + \lambda_r v_r : r \ge 1,\ \lambda_i \in K,\ v_i \in S \right\}.

Esempio. ⟨(1,0,0),(0,1,0)⟩={a(1,0,0)+b(0,1,0)}\langle (1,0,0), (0,1,0) \rangle = \{a(1,0,0) + b(0,1,0)\} è il piano z=0z = 0 di R3\mathbb{R}^3.

Generatori e basi

Definizione (sistema di generatori). I vettori v1,…,vr∈Vv_1, \dots, v_r \in V formano un sistema di generatori (o insieme di generatori) di VV se ⟨v1,…,vr⟩=V\langle v_1, \dots, v_r \rangle = V, cioè se ogni vettore v∈Vv \in V si può scrivere come combinazione lineare v=λ1v1+⋯+λrvrper qualche λ1,…,λr∈K.v = \lambda_1 v_1 + \dots + \lambda_r v_r \quad \text{per qualche } \lambda_1, \dots, \lambda_r \in K.

Esempio. (1,0)(1,0) e (0,1)(0,1) generano R2\mathbb{R}^2, perché (a,b)=a(1,0)+b(0,1)(a,b) = a(1,0) + b(0,1). Invece (1,1)(1,1) e (2,2)(2,2) generano solo la retta y=xy = x: ogni combinazione λ1(1,1)+λ2(2,2)=(λ1+2λ2)(1,1)\lambda_1(1,1) + \lambda_2(2,2) = (\lambda_1 + 2\lambda_2)(1,1) ha le due componenti uguali, quindi per esempio (1,0)(1, 0) non si ottiene.

Definizione (base). Una base di VV è un insieme di vettori che

  1. è un sistema di generatori di VV, e
  2. è formato da vettori linearmente indipendenti (si dice anche che è un insieme libero).

Esempio. (1,2)(1,2) e (2,−3)(2,-3) sono una base di R2\mathbb{R}^2: generano (conto sopra) e sono indipendenti, perché con a=b=0a = b = 0 la soluzione unica è λ1=λ2=0\lambda_1 = \lambda_2 = 0. Un controllo più rapido, che si giustificherà con il determinante (Permutazioni e definizione di determinanteIl determinante di una matrice quadrata è la somma, su tutte le n! permutazioni, dei prodotti di n elementi presi uno per riga e uno per colonna, con segno + o − secondo la parità della permutazione; per 2×2 è ad − bc, per 3×3 c'è la regola di Sarrus, per le triangolari è il prodotto della diagonale.Permutazioni e definizione di determinante →): det⁡(122−3)=1⋅(−3)−2⋅2=−7≠0\det\begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 2 & -3 \end{pmatrix} = 1 \cdot (-3) - 2 \cdot 2 = -7 \ne 0. È lo stesso 77 che compare nei denominatori di λ1\lambda_1 e λ2\lambda_2.

Teorema (coordinate uniche rispetto a una base). Se v1,…,vnv_1, \dots, v_n è una base di VV, ogni vettore v∈Vv \in V si scrive in modo unico come combinazione lineare di v1,…,vnv_1, \dots, v_n.

Esempio. Nella base {(1,0),(1,1)}\{(1,0), (1,1)\} di R2\mathbb{R}^2 il vettore (3,2)(3,2) si scrive in un solo modo: 1⋅(1,0)+2⋅(1,1)1\cdot(1,0) + 2\cdot(1,1). Infatti λ1(1,0)+λ2(1,1)=(λ1+λ2,λ2)=(3,2)\lambda_1(1,0) + \lambda_2(1,1) = (\lambda_1 + \lambda_2, \lambda_2) = (3, 2) obbliga λ2=2\lambda_2 = 2 e poi λ1=3−2=1\lambda_1 = 3 - 2 = 1.

Definizione (base canonica di Kⁿ). In KnK^n i vettori e1=(1,0,…,0),e2=(0,1,0,…,0),…,en=(0,…,0,1)e_1 = (1, 0, \dots, 0), \quad e_2 = (0, 1, 0, \dots, 0), \quad \dots, \quad e_n = (0, \dots, 0, 1) formano la base canonica.

Esempio. In R3\mathbb{R}^3 la base canonica è e1=(1,0,0)e_1 = (1,0,0), e2=(0,1,0)e_2 = (0,1,0), e3=(0,0,1)e_3 = (0,0,1) e (4,−1,7)=4e1−e2+7e3(4,-1,7) = 4e_1 - e_2 + 7e_3.

Definizione (spazio finitamente generato). VV è finitamente generato se ha un sistema di generatori formato da un numero finito di vettori.

Esempio. R3\mathbb{R}^3 è finitamente generato (bastano 33 vettori); lo spazio R[x]\mathbb{R}[x] di tutti i polinomi no.

Teorema (lemma dello scambio). Se v1,…,vnv_1, \dots, v_n generano VV e w1,…,wr∈Vw_1, \dots, w_r \in V sono linearmente indipendenti, allora r≤nr \le n.

Esempio d'uso. In R3\mathbb{R}^3 la base canonica dà 3 generatori: quindi 4 vettori di R3\mathbb{R}^3 sono sempre dipendenti, e 2 vettori non possono mai generare R3\mathbb{R}^3 (altrimenti i 3 vettori indipendenti e1,e2,e3e_1, e_2, e_3 sarebbero più dei 2 generatori).

Dimensione

Teorema (tutte le basi hanno lo stesso numero di vettori). Se v1,…,vnv_1, \dots, v_n e w1,…,wrw_1, \dots, w_r sono due basi di VV, allora r=nr = n.

Esempio. La base canonica di R3\mathbb{R}^3 ha 33 vettori, e anche la base {(1,0,0),(1,1,0),(1,1,1)}\{(1,0,0), (1,1,0), (1,1,1)\} ne ha 33. Che sia una base si vede risolvendo λ1(1,0,0)+λ2(1,1,0)+λ3(1,1,1)=(a,b,c)\lambda_1(1,0,0) + \lambda_2(1,1,0) + \lambda_3(1,1,1) = (a, b, c), cioè λ1+λ2+λ3=a\lambda_1 + \lambda_2 + \lambda_3 = a, λ2+λ3=b\lambda_2 + \lambda_3 = b, λ3=c\lambda_3 = c: dal basso, λ3=c\lambda_3 = c, λ2=b−c\lambda_2 = b - c, λ1=a−b\lambda_1 = a - b. Soluzione unica per ogni (a,b,c)(a, b, c): generano e (con a=b=c=0a = b = c = 0) sono indipendenti.

Definizione (dimensione). La dimensione di VV, indicata con dim⁡V\dim V, è il numero di vettori di una qualsiasi base di VV. Per convenzione dim⁡{0⃗}=0\dim \{\vec 0\} = 0.

Esempio. dim⁡Rn=n\dim \mathbb{R}^n = n, dim⁡{0⃗}=0\dim \{\vec 0\} = 0 e il piano {x+y+z=0}⊆R3\{x + y + z = 0\} \subseteq \mathbb{R}^3 ha dimensione 22: da x=−y−zx = -y - z il vettore generico è (−y−z,y,z)=y(−1,1,0)+z(−1,0,1)(-y - z, y, z) = y(-1, 1, 0) + z(-1, 0, 1), e i due vettori sono indipendenti (seconda e terza componente danno subito y=z=0y = z = 0), quindi formano una base di 22 vettori (metodo spiegato più avanti in questa nota).

Teorema (estrarre una base da un sistema di generatori). Da ogni sistema di generatori si può estrarre una base, togliendo opportunamente alcuni vettori.

Esempio. Da {(1,0),(2,0),(0,1)}\{(1,0), (2,0), (0,1)\} si estrae la base {(1,0),(0,1)}\{(1,0), (0,1)\}, togliendo (2,0)=2(1,0)(2,0) = 2(1,0). Non si può togliere (0,1)(0,1): i rimanenti (1,0),(2,0)(1,0), (2,0) generano solo l'asse xx.

Teorema (completare a una base). Ogni insieme di vettori indipendenti si può completare a una base di VV, aggiungendo opportuni vettori.

Esempio. L'insieme {(1,1,0)}\{(1,1,0)\} si completa a una base di R3\mathbb{R}^3 aggiungendo (0,1,0)(0,1,0) e (0,0,1)(0,0,1). Verifica: a(1,1,0)+b(0,1,0)+c(0,0,1)=(a,a+b,c)=(0,0,0)a(1,1,0) + b(0,1,0) + c(0,0,1) = (a, a + b, c) = (0, 0, 0) dà a=0a = 0, poi b=0b = 0, e c=0c = 0; tre vettori indipendenti in dimensione 33 sono una base (teorema più sotto).

Teorema (in dimensione n basta una sola verifica). Sia dim⁡V=n\dim V = n e siano v1,…,vnv_1, \dots, v_n esattamente nn vettori. Allora:

  1. se generano VV, sono anche indipendenti, quindi sono una base;
  2. se sono indipendenti, generano anche VV, quindi sono una base.

Esempio. In R2\mathbb{R}^2 (dimensione 22) i due vettori (1,2)(1,2) e (2,−3)(2,-3) non sono paralleli ((2,−3)(2,-3) non è multiplo di (1,2)(1,2): servirebbe il fattore 22 dalla prima componente e −32-\frac32 dalla seconda), quindi sono indipendenti e formano una base, senza dover risolvere il sistema dei generatori come in Generatori e basiDei vettori generano V se ogni vettore di V è loro combinazione lineare; una base è un insieme di generatori linearmente indipendenti, e allora ogni vettore si scrive in modo unico come combinazione dei vettori di base. Lemma dello scambio: i vettori indipendenti non sono mai più dei generatori.Generatori e basi →.

Formula di Grassmann e somma diretta

Teorema (formula di Grassmann). Se UU e WW sono sottospazi di uno spazio vettoriale VV (finitamente generato),

dim⁡(U+W)=dim⁡U+dim⁡W−dim⁡(U∩W).\dim(U + W) = \dim U + \dim W - \dim(U \cap W).

Esempio. Due piani distinti per l'origine in R3\mathbb{R}^3: dim⁡U=dim⁡W=2\dim U = \dim W = 2 e dim⁡(U+W)=3\dim(U + W) = 3, quindi dim⁡(U∩W)=2+2−3=1\dim(U \cap W) = 2 + 2 - 3 = 1: si intersecano in una retta.

Definizione (somma diretta). Se U∩W={0⃗}U \cap W = \{\vec 0\}, la somma U+WU + W si dice diretta e si scrive U⊕WU \oplus W.

Esempio. In R2\mathbb{R}^2, ⟨e1⟩∩⟨e2⟩={0}\langle e_1 \rangle \cap \langle e_2 \rangle = \{0\}: la somma è diretta e ⟨e1⟩⊕⟨e2⟩=R2\langle e_1 \rangle \oplus \langle e_2 \rangle = \mathbb{R}^2.

Teorema (scrittura unica nella somma diretta). Se la somma è diretta, ogni v∈U⊕Wv \in U \oplus W si scrive in modo unico come v=u+wv = u + w con u∈Uu \in U, w∈Ww \in W.

Esempio. In R2\mathbb{R}^2, R2=⟨e1⟩⊕⟨e2⟩\mathbb{R}^2 = \langle e_1 \rangle \oplus \langle e_2 \rangle: ogni (a,b)(a, b) si scrive in modo unico come (a,0)+(0,b)(a, 0) + (0, b). In R3\mathbb{R}^3, un piano per l'origine e una retta per l'origine non contenuta nel piano danno R3\mathbb{R}^3 in somma diretta.

Grafico interattivo: R² = W ⊕ U′ con W = ⟨(1, 2)⟩ e due complementari diversi: con U′₁ (asse x) v = (3, 3) = (3/2, 3) + (3/2, 0), con U′₂: x + y = 0 v = (2, 4) + (1, −1)

II. Funzioni lineari e matrici

Funzioni lineari e isomorfismi

Definizione (funzione lineare). Una funzione f:V→Wf : V \to W tra spazi vettoriali sul campo KK si dice lineare se

  1. f(v1+v2)=f(v1)+f(v2)f(v_1 + v_2) = f(v_1) + f(v_2) per ogni v1,v2∈Vv_1, v_2 \in V (additività);
  2. f(λv)=λf(v)f(\lambda v) = \lambda f(v) per ogni λ∈K\lambda \in K e ogni v∈Vv \in V (omogeneità).

Esempio. f(x,y)=(2x+y, x−y)f(x,y) = (2x + y,\ x - y) è lineare; g(x)=x+1g(x) = x + 1 non lo è, perché g(0)=1≠0g(0) = 1 \ne 0.

Proposizione (una funzione lineare manda 0 in 0). Se f:V→Wf : V \to W è lineare, allora f(0⃗V)=0⃗Wf(\vec 0_V) = \vec 0_W.

Esempio. f(x,y,z)=(x+4, y)f(x,y,z) = (x + 4,\ y) ha f(0,0,0)=(4,0)≠(0,0)f(0,0,0) = (4, 0) \ne (0,0): non è lineare.

Teorema (una funzione lineare è determinata dalle immagini di una base). Sia {v1,…,vn}\{v_1, \dots, v_n\} una baseDei vettori generano V se ogni vettore di V è loro combinazione lineare; una base è un insieme di generatori linearmente indipendenti, e allora ogni vettore si scrive in modo unico come combinazione dei vettori di base. Lemma dello scambio: i vettori indipendenti non sono mai più dei generatori.Generatori e basi → di VV.

  1. (Unicità) Una funzione lineare f:V→Wf : V \to W è completamente determinata dai vettori f(v1),…,f(vn)f(v_1), \dots, f(v_n).
  2. (Esistenza) Comunque si scelgano nn vettori w1,…,wn∈Ww_1, \dots, w_n \in W (anche uguali, anche nulli), esiste una e una sola funzione lineare f:V→Wf : V \to W con f(v1)=w1,…,f(vn)=wnf(v_1) = w_1, \dots, f(v_n) = w_n.

Esempio. Esiste una funzione lineare f:R2→R3f : \mathbb{R}^2 \to \mathbb{R}^3 con f(1,0)=(1,2,0)f(1, 0) = (1, 2, 0) e f(0,1)=(−1,0,3)f(0, 1) = (-1, 0, 3)? Sì e una sola, perché (1,0),(0,1)(1,0), (0,1) è una base. Per calcolarla in un vettore qualsiasi: (x,y)=x(1,0)+y(0,1)(x, y) = x(1, 0) + y(0, 1), quindi f(x,y)=x(1,2,0)+y(−1,0,3)=(x−y, 2x, 3y)f(x, y) = x(1, 2, 0) + y(-1, 0, 3) = (x - y, \ 2x, \ 3y) (si sommano componente per componente: x⋅1+y⋅(−1)x \cdot 1 + y \cdot (-1), x⋅2+y⋅0x \cdot 2 + y \cdot 0, x⋅0+y⋅3x \cdot 0 + y \cdot 3). Per esempio f(2,5)=(2−5, 2⋅2, 3⋅5)=(−3,4,15)f(2, 5) = (2 - 5, \ 2 \cdot 2, \ 3 \cdot 5) = (-3, 4, 15). Controllo: f(1,0)=(1,2,0)f(1, 0) = (1, 2, 0) e f(0,1)=(−1,0,3)f(0, 1) = (-1, 0, 3), come richiesto.

Grafico interattivo: Esempio nel piano: la funzione lineare con f(1, 0) = (2, 1) e f(0, 1) = (−1, 1) è determinata da queste due immagini e manda il quadrato unitario nel parallelogramma di lati f(e₁) e f(e₂)

Coordinate rispetto a una base

Definizione (coordinate rispetto a una base). I numeri λ1,…,λn∈K\lambda_1, \dots, \lambda_n \in K si chiamano coordinate (o componenti) di vv rispetto alla base B\mathcal B. Si scrivono in colonna: [v]B=(λ1⋮λn)∈Kn[v]_{\mathcal B} = \begin{pmatrix} \lambda_1 \\ \vdots \\ \lambda_n \end{pmatrix} \in K^n

Esempio. In R2\mathbb{R}^2, il vettore v=(3,1)v = (3,1) nella base {(1,1),(1,−1)}\{(1,1), (1,-1)\} ha coordinate [v]B=(21)[v]_{\mathcal B} = \begin{pmatrix} 2 \\ 1 \end{pmatrix}, perché 2(1,1)+1(1,−1)=(3,1)2(1,1) + 1(1,-1) = (3,1).

Teorema. Ogni spazio vettoriale di dimensione nn sul campo KK è isomorfo a KnK^n.

Esempio. I polinomi p1=1+xp_1 = 1 + x, p2=x+x2p_2 = x + x^2, p3=1+2x+x2p_3 = 1 + 2x + x^2 sono indipendenti? Le coordinate rispetto a {1,x,x2}\{1, x, x^2\} sono (1,1,0)(1, 1, 0), (0,1,1)(0, 1, 1), (1,2,1)(1, 2, 1); la terza è la somma delle prime due ((1+0, 1+1, 0+1)=(1,2,1)(1 + 0, \ 1 + 1, \ 0 + 1) = (1, 2, 1)), quindi le colonne sono dipendenti e anche i polinomi lo sono: infatti p3=p1+p2p_3 = p_1 + p_2. Il vantaggio è che sulle colonne si possono usare tutti gli strumenti di KnK^n, per esempio il rangoFissate una base del dominio e una del codominio, una funzione lineare si codifica in una matrice m×n la cui colonna j contiene le coordinate di f(v_j); le coordinate di f(v) si ottengono moltiplicando la matrice per le coordinate di v, e il rango di f è il numero di colonne indipendenti.Matrice associata a una funzione lineare → calcolato con l'Eliminazione di GaussCon tre operazioni elementari sulle righe (scambio, moltiplicazione per uno scalare non nullo, somma di un multiplo di un'altra riga) ogni matrice si riduce a scala senza cambiare il rango; serve a calcolare ranghi, risolvere sistemi, trovare relazioni di dipendenza e matrici che riducono a scala.Eliminazione di Gauss →.

Nucleo e immagine

Definizione (nucleo e immagine). Nucleo di ff: l'insieme dei vettori del dominio che ff manda nel vettore nullo, Ker⁡f={v∈V:f(v)=0⃗W}⊆V\operatorname{Ker} f = \{ v \in V : f(v) = \vec 0_W \} \subseteq V ("Ker" viene dall'inglese kernel; alcuni libri scrivono N(f)N(f).)

Immagine di ff: l'insieme dei vettori del codominio che sono immagine di qualche vettore del dominio, Im⁡f={w∈W:∃ v∈V con f(v)=w}={f(v):v∈V}⊆W\operatorname{Im} f = \{ w \in W : \exists\, v \in V \text{ con } f(v) = w \} = \{ f(v) : v \in V \} \subseteq W

Esempio. f(x,y,z)=(x,y)f(x,y,z) = (x, y): Ker⁡f={(0,0,z)}=⟨(0,0,1)⟩\operatorname{Ker} f = \{(0,0,z)\} = \langle (0,0,1) \rangle e Im⁡f=R2\operatorname{Im} f = \mathbb{R}^2. Infatti f(x,y,z)=(0,0)f(x, y, z) = (0, 0) significa x=0x = 0 e y=0y = 0, mentre zz può essere qualunque (non compare nella formula): il nucleo è l'asse zz. E ogni (a,b)∈R2(a, b) \in \mathbb{R}^2 è raggiunto, per esempio da (a,b,0)(a, b, 0).

Teorema (nucleo e immagine sono sottospazi). Ker⁡f\operatorname{Ker} f è un sottospazio di VV e Im⁡f\operatorname{Im} f è un sottospazio di WW.

Esempio. Per f(x,y)=x+yf(x,y) = x + y da R2\mathbb{R}^2 a R\mathbb{R}: Ker⁡f={y=−x}\operatorname{Ker} f = \{y = -x\} è una retta per l'origine (sottospazio di R2\mathbb{R}^2, generato da (1,−1)(1, -1)) e Im⁡f=R\operatorname{Im} f = \mathbb{R}, perché ogni numero tt si ottiene come f(t,0)=tf(t, 0) = t.

Teorema (nucleo e iniettività). ff è iniettiva   ⟺  \iff Ker⁡f={0⃗}\operatorname{Ker} f = \{\vec 0\}.

Esempio. f(x,y)=(x,x+y)f(x,y) = (x, x + y) ha Ker⁡f={0}\operatorname{Ker} f = \{0\} (da x=0x = 0 e x+y=0x + y = 0 segue y=0y = 0): è iniettiva. g(x,y)=x+yg(x,y) = x + y ha (1,−1)∈Ker⁡g(1,-1) \in \operatorname{Ker} g: non è iniettiva, e infatti per esempio g(1,0)=g(0,1)=1g(1, 0) = g(0, 1) = 1.

Proposizione (l'immagine è generata dalle immagini di una base). Se {v1,…,vn}\{v_1, \dots, v_n\} è una base di VV, allora Im⁡f=⟨f(v1),…,f(vn)⟩\operatorname{Im} f = \langle f(v_1), \dots, f(v_n) \rangle.

Esempio. f(x,y)=(x+y, 2x+2y)f(x,y) = (x + y,\ 2x + 2y): f(e1)=f(e2)=(1,2)f(e_1) = f(e_2) = (1,2), quindi Im⁡f=⟨(1,2)⟩\operatorname{Im} f = \langle (1,2) \rangle (in effetti f(x,y)=(x+y)(1,2)f(x, y) = (x + y)(1, 2): ogni immagine è un multiplo di (1,2)(1, 2)).

Teorema. Se f:V→Wf : V \to W è lineare e VV ha dimensione finita, dim⁡Ker⁡f+dim⁡Im⁡f=dim⁡V\dim \operatorname{Ker} f + \dim \operatorname{Im} f = \dim V

Esempio. f:R3→R2f : \mathbb{R}^3 \to \mathbb{R}^2, f(x,y,z)=(x,y)f(x,y,z) = (x, y): Ker⁡f=⟨(0,0,1)⟩\operatorname{Ker} f = \langle (0,0,1) \rangle ha dimensione 11, Im⁡f=R2\operatorname{Im} f = \mathbb{R}^2 ha dimensione 22, e 1+2=3=dim⁡R31 + 2 = 3 = \dim \mathbb{R}^3. Per la proiezione del piano p(x,y)=(x,0)p(x, y) = (x, 0) (vedi Funzioni lineari e isomorfismiUna funzione tra spazi vettoriali è lineare se rispetta somma e prodotto per uno scalare; manda 0 in 0, è determinata dalle immagini di una base e si chiama isomorfismo quando è anche biiettiva.Funzioni lineari e isomorfismi →): Ker⁡p\operatorname{Ker} p è l'asse yy e Im⁡p\operatorname{Im} p è l'asse xx, entrambi di dimensione 11, e 1+1=2=dim⁡R21 + 1 = 2 = \dim \mathbb{R}^2.

Grafico interattivo: Proiezione p(x, y) = (x, 0): il nucleo è l'asse y (tutti i vettori che finiscono in 0), l'immagine è l'asse x; i punti di una stessa retta verticale x = 1.5 hanno tutti la stessa immagine (1.5, 0)

Definizione (antimmagine di un vettore). L'antimmagine (o controimmagine) di w∈Ww \in W è f−1(w)={v∈V:f(v)=w}f^{-1}(w) = \{ v \in V : f(v) = w \}.

Esempio. Per f(x,y)=x+yf(x,y) = x + y si ha f−1(2)={(x,y):x+y=2}f^{-1}(2) = \{(x,y) : x + y = 2\}, una retta che non contiene l'origine (non è un sottospazio).

Teorema (struttura dell'antimmagine). Se v0v_0 è un vettore con f(v0)=wf(v_0) = w (una "soluzione particolare"), allora f−1(w)=v0+Ker⁡f={v0+u:u∈Ker⁡f}f^{-1}(w) = v_0 + \operatorname{Ker} f = \{ v_0 + u : u \in \operatorname{Ker} f \}

Esempio. Con la ff di prima, f−1(1,2)f^{-1}(1, 2): si risolve 3x1−x2+x3=13x_1 - x_2 + x_3 = 1, −2x1+4x2−x3=2-2x_1 + 4x_2 - x_3 = 2. Scegliendo x2=0x_2 = 0 (una scelta qualsiasi per trovare una soluzione): 3x1+x3=13x_1 + x_3 = 1 e −2x1−x3=2-2x_1 - x_3 = 2; sommando x1=3x_1 = 3 (il termine in x3x_3 si elimina e a destra 1+2=31 + 2 = 3), poi dalla prima x3=1−3x1=1−9=−8x_3 = 1 - 3x_1 = 1 - 9 = -8. Quindi v0=(3,0,−8)v_0 = (3, 0, -8); verifica: f(3,0,−8)=(9−0−8, −6+0+8)=(1,2)f(3, 0, -8) = (9 - 0 - 8, \ -6 + 0 + 8) = (1, 2) ✓. Per il teorema f−1(1,2)=(3,0,−8)+⟨(−3,1,10)⟩={(3−3t, t, −8+10t):t∈R}f^{-1}(1, 2) = (3, 0, -8) + \langle (-3, 1, 10) \rangle = \{ (3 - 3t, \ t, \ -8 + 10t) : t \in \mathbb{R} \} (si somma a v0v_0 il generico vettore t(−3,1,10)t(-3, 1, 10) del nucleo). Geometricamente: una retta parallela al nucleo che non passa per l'origine (non è un sottospazio, è un sottospazio affineNello spazio affine Aⁿ si distinguono punti e vettori (Q − P è il vettore da P a Q). Un sottospazio affine è L = P + W, un punto più un sottospazio vettoriale (lo spazio direttore): si descrive con equazioni parametriche X = P + t₁w₁ + … oppure cartesiane AX = B. Rette e piani di A³, passaggio tra i due tipi di equazioni, posizione reciproca: incidenti, paralleli, sghembi.Spazi affini, rette e piani →).

Grafico interattivo: f(x, y) = (x + 2y, 2x + 4y) da R² a R²: nucleo la retta x + 2y = 0, immagine la retta y = 2x generata da (1, 2); l'antimmagine di (1, 2) è la retta parallela al nucleo x + 2y = 1, che non passa per l'origine

Matrice associata a una funzione lineare

Definizione (matrice associata a una funzione lineare). La matrice associata a ff rispetto alla base B\mathcal B del dominio e alla base C\mathcal C del codominio è MCB(f)=(a11a12⋯a1na21a22⋯a2n⋮⋮am1am2⋯amn)M^{\mathcal B}_{\mathcal C}(f) = \begin{pmatrix} a_{11} & a_{12} & \cdots & a_{1n} \\ a_{21} & a_{22} & \cdots & a_{2n} \\ \vdots & & & \vdots \\ a_{m1} & a_{m2} & \cdots & a_{mn} \end{pmatrix} La colonna jj contiene le coordinate di f(vj)f(v_j) rispetto alla base C\mathcal C.

Esempio. f(x,y)=(x+y, 2x)f(x,y) = (x + y,\ 2x) nelle basi canoniche: f(e1)=(1,2)f(e_1) = (1,2) e f(e2)=(1,0)f(e_2) = (1,0), quindi M(f)=(1120)M(f) = \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 2 & 0 \end{pmatrix}.

Teorema (coordinate dell'immagine). Se A=MCB(f)A = M^{\mathcal B}_{\mathcal C}(f), allora per ogni v∈Vv \in V

[f(v)]C=A [v]B[f(v)]_{\mathcal C} = A \, [v]_{\mathcal B}

Esempio (lezione 13): giro lungo contro prodotto. Sia A=MCB(f)=(2−13112)A = M^{\mathcal B}_{\mathcal C}(f) = \begin{pmatrix} 2 & -1 & 3 \\ 1 & 1 & 2 \end{pmatrix} e vv il vettore di coordinate (2,−3,4)(2, -3, 4), cioè v=2v1−3v2+4v3v = 2v_1 - 3v_2 + 4v_3.

Proprietà (matrice di una somma e di un multiplo). MCB(f+g)=MCB(f)+MCB(g),MCB(λf)=λ MCB(f)M^{\mathcal B}_{\mathcal C}(f + g) = M^{\mathcal B}_{\mathcal C}(f) + M^{\mathcal B}_{\mathcal C}(g), \qquad M^{\mathcal B}_{\mathcal C}(\lambda f) = \lambda \, M^{\mathcal B}_{\mathcal C}(f)

Esempio. Se M(f)=I2M(f) = I_2 e M(g)=(0110)M(g) = \begin{pmatrix} 0 & 1 \\ 1 & 0 \end{pmatrix}, allora M(f+g)=(1111)M(f + g) = \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & 1 \end{pmatrix} e M(3f)=(3003)M(3f) = \begin{pmatrix} 3 & 0 \\ 0 & 3 \end{pmatrix}.

Operazioni tra matrici

Definizione (somma e prodotto per uno scalare). A+B=(aij+bij),λA=(λaij)A + B = (a_{ij} + b_{ij}), \qquad \lambda A = (\lambda a_{ij})

Esempio. (12−3041)+(2−1051−1)=(31−3550)\begin{pmatrix} 1 & 2 & -3 \\ 0 & 4 & 1 \end{pmatrix} + \begin{pmatrix} 2 & -1 & 0 \\ 5 & 1 & -1 \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} 3 & 1 & -3 \\ 5 & 5 & 0 \end{pmatrix}

Definizione (prodotto righe per colonne). chj=∑i=1mbhi aij=bh1a1j+bh2a2j+⋯+bhmamjc_{hj} = \sum_{i=1}^m b_{hi} \, a_{ij} = b_{h1} a_{1j} + b_{h2} a_{2j} + \dots + b_{hm} a_{mj} La matrice C=BAC = BA si chiama prodotto di BB per AA, e vale MDB(g∘f)=MDC(g)⋅MCB(f)M^{\mathcal B}_{\mathcal D}(g \circ f) = M^{\mathcal C}_{\mathcal D}(g) \cdot M^{\mathcal B}_{\mathcal C}(f)

Esempio. (1201)(34)=(1⋅3+2⋅40⋅3+1⋅4)=(114)\begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 0 & 1 \end{pmatrix}\begin{pmatrix} 3 \\ 4 \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} 1\cdot 3 + 2\cdot 4 \\ 0\cdot 3 + 1\cdot 4 \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} 11 \\ 4 \end{pmatrix}.

Proprietà (dimensioni del prodotto). Il prodotto BABA è definito solo se il numero di colonne di BB è uguale al numero di righe di AA. Se BB è r×mr \times m e AA è m×nm \times n, allora BABA è r×nr \times n (righe di BB, colonne di AA).

Esempio (lezione 12). B=(2101−23),A=(1−1052−2)B = \begin{pmatrix} 2 & 1 & 0 \\ 1 & -2 & 3 \end{pmatrix}, \qquad A = \begin{pmatrix} 1 & -1 \\ 0 & 5 \\ 2 & -2 \end{pmatrix}

Definizione (matrice trasposta). La trasposta di A=(aij)∈Mm×n(K)A = (a_{ij}) \in M_{m \times n}(K) è la matrice AT∈Mn×m(K)A^T \in M_{n \times m}(K) che ha al posto (i,j)(i, j) l'elemento ajia_{ji}: le righe di AA diventano le colonne di ATA^T.

Esempio. A=(10−243510) (2×4),AT=(1305−2140) (4×2)A = \begin{pmatrix} 1 & 0 & -2 & 4 \\ 3 & 5 & 1 & 0 \end{pmatrix} \ (2 \times 4), \qquad A^T = \begin{pmatrix} 1 & 3 \\ 0 & 5 \\ -2 & 1 \\ 4 & 0 \end{pmatrix} \ (4 \times 2)

Cambiamenti di base

Definizione (matrice di cambiamento di base). La matrice di cambiamento di base da B\mathcal B a B′\mathcal B' è P=MB′B(idV)P = M^{\mathcal B}_{\mathcal B'}(\mathrm{id}_V) la matrice della funzione identica idV(v)=v\mathrm{id}_V(v) = v, usando B\mathcal B nel dominio e B′\mathcal B' nel codominio. La colonna ii contiene le coordinate di viv_i rispetto a B′\mathcal B'.

Esempio. In R2\mathbb{R}^2, con B={(1,1),(1,−1)}\mathcal B = \{(1,1), (1,-1)\} e B′=E\mathcal B' = \mathcal E (base canonica), la colonna ii è viv_i stesso: P=(111−1)P = \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & -1 \end{pmatrix}.

Teorema (le due matrici di cambiamento di base sono inverse). QP=PQ=InQP = PQ = I_n, cioè MBB′(idV)=(MB′B(idV))−1M^{\mathcal B'}_{\mathcal B}(\mathrm{id}_V) = \big(M^{\mathcal B}_{\mathcal B'}(\mathrm{id}_V)\big)^{-1}. In particolare ogni matrice di cambiamento di base è invertibile.

Esempio. Per P=(111−1)P = \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & -1 \end{pmatrix} si ha Q=P−1=12(111−1)Q = P^{-1} = \frac{1}{2}\begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & -1 \end{pmatrix} e QP=I2QP = I_2. Ci si arriva in due modi.

Teorema (formula di cambiamento di base).  MC′B′(f)=MC′C(idW)⋅MCB(f)⋅MBB′(idV) \boxed{\ M^{\mathcal B'}_{\mathcal C'}(f) = M^{\mathcal C}_{\mathcal C'}(\mathrm{id}_W) \cdot M^{\mathcal B}_{\mathcal C}(f) \cdot M^{\mathcal B'}_{\mathcal B}(\mathrm{id}_V)\ }

Esempio. f(x,y)=(x+2y, 2x+y)f(x,y) = (x + 2y,\ 2x + y) ha A=(1221)A = \begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 2 & 1 \end{pmatrix}; con B′={(1,1),(1,−1)}\mathcal B' = \{(1,1), (1,-1)\} nel dominio e base canonica nel codominio, MEB′(f)=AP=(3−131)M^{\mathcal B'}_{\mathcal E}(f) = A P = \begin{pmatrix} 3 & -1 \\ 3 & 1 \end{pmatrix} (colonne f(1,1)=(1+2, 2+1)=(3,3)f(1,1) = (1 + 2, \ 2 + 1) = (3,3) e f(1,−1)=(1−2, 2−1)=(−1,1)f(1,-1) = (1 - 2, \ 2 - 1) = (-1,1); qui P=MEB′(id)P = M^{\mathcal B'}_{\mathcal E}(\mathrm{id}) ha in colonna i vettori di B′\mathcal B', e MEE(id)=I2M^{\mathcal E}_{\mathcal E}(\mathrm{id}) = I_2 a sinistra non cambia nulla).

Definizione (matrici simili). Due matrici quadrate A,A′∈Mn(K)A, A' \in M_n(K) si dicono simili se esiste una matrice invertibile PP tale che A′=P−1APA' = P^{-1} A P.

Esempio: una base in cui la matrice è diagonale. f(x,y)=(x+2y, 2x+y)f(x, y) = (x + 2y, \ 2x + y), A=(1221)A = \begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 2 & 1 \end{pmatrix} nella base canonica. Con B′={(1,1),(1,−1)}\mathcal B' = \{(1, 1), (1, -1)\}: f(1,1)=(3,3)=3⋅(1,1),f(1,−1)=(−1,1)=−1⋅(1,−1)f(1, 1) = (3, 3) = 3 \cdot (1, 1), \qquad f(1, -1) = (-1, 1) = -1 \cdot (1, -1) quindi, per la ricetta, A′=MB′B′(f)=(300−1)A' = M^{\mathcal B'}_{\mathcal B'}(f) = \begin{pmatrix} 3 & 0 \\ 0 & -1 \end{pmatrix}: la prima colonna sono le coordinate di f(b1)=3b1+0b2f(b_1) = 3b_1 + 0b_2, cioè (3,0)(3, 0); la seconda quelle di f(b2)=0b1−1b2f(b_2) = 0b_1 - 1b_2, cioè (0,−1)(0, -1). Con la formula: P=(111−1)P = \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & -1 \end{pmatrix}, P−1=12(111−1)P^{-1} = \frac12\begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & -1 \end{pmatrix}, P−1AP=12(111−1)(3−131)=12(600−2)=(300−1)P^{-1} A P = \frac12\begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & -1 \end{pmatrix}\begin{pmatrix} 3 & -1 \\ 3 & 1 \end{pmatrix} = \frac12\begin{pmatrix} 6 & 0 \\ 0 & -2 \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} 3 & 0 \\ 0 & -1 \end{pmatrix} (dove AP=(3−131)AP = \begin{pmatrix} 3 & -1 \\ 3 & 1 \end{pmatrix}, calcolato sopra; poi riga per colonna: 12(3+3)=3\frac12(3 + 3) = 3, 12(−1+1)=0\frac12(-1 + 1) = 0, 12(3−3)=0\frac12(3 - 3) = 0, 12(−1−1)=−1\frac12(-1 - 1) = -1). La stessa funzione, che nella base canonica "mescola" xx e yy, nella base B′\mathcal B' si limita a moltiplicare la prima coordinata per 33 e la seconda per −1-1. Trovare basi di questo tipo è il problema della DiagonalizzazioneUna matrice è diagonalizzabile se è simile a una diagonale, cioè se esiste una base di autovettori: allora A = S D S⁻¹ con gli autovettori nelle colonne di S e gli autovalori in D. Criterio: tutti gli autovalori nel campo e molteplicità geometrica uguale a quella algebrica. Le matrici simmetriche reali hanno autovalori reali.Diagonalizzazione →.

Grafico interattivo: f(x, y) = (x + 2y, 2x + y): la direzione b₁ = (1, 1) viene allungata di 3 volte, la direzione b₂ = (1, −1) viene ribaltata (fattore −1); nella base {b₁, b₂} la matrice è diag(3, −1)

III. Sistemi lineari

Sistemi lineari e teorema di Rouché-Capelli

Formula (scrittura matriciale di un sistema lineare). AX=B\boxed{AX = B}

Esempio. Il sistema {x+2y=34x−y=1\begin{cases} x + 2y = 3 \\ 4x - y = 1 \end{cases} si scrive (124−1)(xy)=(31)\begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 4 & -1 \end{pmatrix}\begin{pmatrix} x \\ y \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} 3 \\ 1 \end{pmatrix}.

Teorema (struttura delle soluzioni di un sistema lineare). Sia Xˉ\bar X una soluzione (detta soluzione particolare) del sistema AX=BAX = B. Allora le soluzioni del sistema sono tutti e soli i vettori della forma

X=Xˉ+Y,Y∈Ker⁡fA (cioeˋ AY=0).X = \bar X + Y, \qquad Y \in \operatorname{Ker} f_A \ (\text{cioè } AY = 0).

Esempio. x+y=2x + y = 2 (una equazione, due incognite, A=(1  1)A = (1 \ \ 1)): Xˉ=(2,0)\bar X = (2, 0) è una soluzione (2+0=22 + 0 = 2) e Ker⁡fA={x+y=0}={(t,−t)}=⟨(1,−1)⟩\operatorname{Ker} f_A = \{x + y = 0\} = \{(t, -t)\} = \langle (1,-1) \rangle, quindi le soluzioni sono (2,0)+t(1,−1)=(2+t, −t)(2,0) + t(1,-1) = (2 + t, \ -t). Controllo: (2+t)+(−t)=2(2 + t) + (-t) = 2 per ogni tt ✓. Con un'altra soluzione particolare, per esempio (0,2)(0, 2), si ottiene lo stesso insieme: (0,2)=(2,0)+(−2)(1,−1)(0, 2) = (2, 0) + (-2)(1, -1).

Grafico interattivo: x + y = 2: il nucleo è la retta x + y = 0 per l'origine; le soluzioni sono la retta parallela ottenuta traslando il nucleo del vettore X̄ = (2, 0)

Teorema (Rouché-Capelli). Il sistema AX=BAX = B, con A∈Mm×n(K)A \in M_{m \times n}(K), ha soluzioni se e solo se rango⁡(A)=rango⁡(A ∣ B).\operatorname{rango}(A) = \operatorname{rango}(A \,|\, B). In tal caso, detto rr questo rango comune:

  • se r=nr = n la soluzione è unica;
  • se r<nr < n le soluzioni sono infinite e dipendono da n−rn - r parametri liberi (si scrive ∞n−r\infty^{n-r} soluzioni).

Esempio. {x+y=22x+2y=4\begin{cases} x + y = 2 \\ 2x + 2y = 4 \end{cases} ha rango⁡(A)=rango⁡(A∣B)=1<2\operatorname{rango}(A) = \operatorname{rango}(A|B) = 1 < 2: infinite soluzioni (∞1\infty^1). Infatti in (A∣B)=(112224)(A|B) = \left(\begin{array}{cc|c} 1 & 1 & 2 \\ 2 & 2 & 4 \end{array}\right) la seconda riga è il doppio della prima, quindi c'è una sola riga indipendente (anche aggiungendo la colonna BB). Con termine noto (2,5)(2, 5) invece (A∣B)=(112225)(A|B) = \left(\begin{array}{cc|c} 1 & 1 & 2 \\ 2 & 2 & 5 \end{array}\right): la colonna (2,5)(2, 5) non è multipla della colonna (1,2)(1, 2) di AA (servirebbe il fattore 22 per la prima componente e 52\frac52 per la seconda), quindi il rango di (A∣B)(A|B) è 2≠12 \ne 1: nessuna soluzione. Sottraendo alla seconda equazione il doppio della prima si arriva a 0=10 = 1.

Eliminazione di Gauss

Definizione (forma a scala e pivot). Una matrice è in forma a scala (per righe) se, in ogni riga, il primo elemento non nullo sta strettamente più a destra del primo elemento non nullo della riga precedente; le eventuali righe nulle stanno in fondo.

Il primo elemento non nullo di ogni riga non nulla si chiama pivot.

Esempio. (123004000)\begin{pmatrix} 1 & 2 & 3 \\ 0 & 0 & 4 \\ 0 & 0 & 0 \end{pmatrix} è a scala, con pivot 11 (prima riga) e 44 (seconda riga).

Teorema (rango di una matrice a scala). Il rango di una matrice in forma a scala è il numero di righe non nulle (cioè il numero di pivot).

Esempio. La matrice a scala (123004000)\begin{pmatrix} 1 & 2 & 3 \\ 0 & 0 & 4 \\ 0 & 0 & 0 \end{pmatrix} ha due righe non nulle, quindi rango 22.

Matrice inversa

Definizione (matrice invertibile e inversa). Una matrice quadrata A∈Mn(K)A \in M_n(K) si dice invertibile se esiste una matrice A−1∈Mn(K)A^{-1} \in M_n(K) tale che AA−1=A−1A=In.A A^{-1} = A^{-1} A = I_n. A−1A^{-1} si chiama inversa di AA.

Esempio (lezione 15). Per A=(2−131)A = \begin{pmatrix} 2 & -1 \\ 3 & 1 \end{pmatrix} si ha A−1=15(11−32)A^{-1} = \frac15 \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ -3 & 2 \end{pmatrix}. Verifica (è la cosa più facile da fare quando qualcuno ci dà un'inversa): prima riga di A−1A^{-1} per prima colonna di AA: 15(1⋅2+1⋅3)=1\frac15(1 \cdot 2 + 1 \cdot 3) = 1; prima riga per seconda colonna: 15(1⋅(−1)+1⋅1)=0\frac15(1 \cdot (-1) + 1 \cdot 1) = 0; seconda riga per prima colonna: 15(−3⋅2+2⋅3)=0\frac15(-3 \cdot 2 + 2 \cdot 3) = 0; seconda riga per seconda colonna: 15(−3⋅(−1)+2⋅1)=1\frac15(-3 \cdot (-1) + 2 \cdot 1) = 1. Il prodotto A−1AA^{-1}A è I2I_2 (e allo stesso modo AA−1=I2AA^{-1} = I_2).

Proposizione (inversa sinistra e destra coincidono). Se BA=InBA = I_n e AC=InAC = I_n, allora B=CB = C. In particolare l'inversa, se esiste, è unica.

Esempio. Per A=(1101)A = \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 0 & 1 \end{pmatrix} le matrici BB e CC con BA=IBA = I e AC=IAC = I sono entrambe (1−101)\begin{pmatrix} 1 & -1 \\ 0 & 1 \end{pmatrix}. Controllo: (1−101)(1101)=(11−101)=I2\begin{pmatrix} 1 & -1 \\ 0 & 1 \end{pmatrix}\begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 0 & 1 \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} 1 & 1 - 1 \\ 0 & 1 \end{pmatrix} = I_2 e (1101)(1−101)=(1−1+101)=I2\begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 0 & 1 \end{pmatrix}\begin{pmatrix} 1 & -1 \\ 0 & 1 \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} 1 & -1 + 1 \\ 0 & 1 \end{pmatrix} = I_2. Come funzione, AA manda (x,y)(x, y) in (x+y, y)(x + y, \ y) e l'inversa in (x−y, y)(x - y, \ y): una aggiunge yy alla prima coordinata, l'altra lo toglie.

Teorema. Per A∈Mn(K)A \in M_n(K) sono equivalenti:

  • AA è invertibile;
  • rango⁡(A)=n\operatorname{rango}(A) = n (rango massimo);
  • Ker⁡fA={0}\operatorname{Ker} f_A = \{0\}, cioè il sistema AX=0AX = 0 ha solo la soluzione nulla;
  • le colonne (equivalentemente, le righe) di AA sono linearmente indipendenti.

Esempio. A=(1234)A = \begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 3 & 4 \end{pmatrix} ha rango 22 (le colonne (1,3)(1, 3) e (2,4)(2, 4) non sono proporzionali: 2=2⋅12 = 2 \cdot 1 ma 4≠2⋅34 \ne 2 \cdot 3), AX=0AX = 0 ha solo X=0X = 0 e le colonne sono indipendenti: è invertibile, con A−1=(−2132−12)A^{-1} = \begin{pmatrix} -2 & 1 \\ \frac{3}{2} & -\frac{1}{2} \end{pmatrix} (dalla formula 2×22 \times 2 più sotto: ad−bc=4−6=−2ad - bc = 4 - 6 = -2 e A−1=−12(4−2−31)A^{-1} = -\frac12 \begin{pmatrix} 4 & -2 \\ -3 & 1 \end{pmatrix}). Controllo della prima riga di AA−1A A^{-1}: 1⋅(−2)+2⋅32=11 \cdot (-2) + 2 \cdot \frac32 = 1 e 1⋅1+2⋅(−12)=01 \cdot 1 + 2 \cdot (-\frac12) = 0 ✓.

Formula (inversa di una matrice 2 × 2). A−1=1ad−bc(d−b−ca)\boxed{A^{-1} = \frac{1}{ad - bc} \begin{pmatrix} d & -b \\ -c & a \end{pmatrix}}

Esempio. (2−131)−1=12⋅1−(−1)⋅3(11−32)=15(11−32)\begin{pmatrix} 2 & -1 \\ 3 & 1 \end{pmatrix}^{-1} = \frac{1}{2 \cdot 1 - (-1)\cdot 3}\begin{pmatrix} 1 & 1 \\ -3 & 2 \end{pmatrix} = \frac{1}{5}\begin{pmatrix} 1 & 1 \\ -3 & 2 \end{pmatrix}.

{"tipo":"geometria","titolo":"A = (1 2; 2 4) ha ad − bc = 4 − 4 = 0: Ae₁ = (1, 2) e Ae₂ = (2, 4) stanno sulla stessa retta y = 2x, e il quadrato unitario viene schiacciato sul segmento da (0, 0) a A(1, 1) = (3, 6)","x":[-1,4],"y":[-0.5,6.5],"elementi":[{"poligono":[[0,0],[1,0],[1,1],[0,1]],"colore":1},{"retta":[2,-1,0],"colore":4,"tratteggio":true,"etichetta":"Im A: y = 2x"},{"segmento":[[0,0],[3,6]],"colore":2},{"vettore":[1,0],"etichetta":"e₁","colore":1},{"vettore":[0,1],"etichetta":"e₂","colore":1},{"vettore":[1,2],"etichetta":"Ae₁","colore":2},{"vettore":[2,4],"etichetta":"Ae₂","colore":2}]}
``` Questo numero **determina** se AA è invertibile: per questo si chiama **determinante**. Capire chi è il "denominatore comune" per matrici più grandi è il punto di partenza della <a class="wiki glossa" href="/algebra-lineare-e-geometria/appunti/permutazioni-e-definizione-di-determinante/" aria-describedby="sp-12">teoria dei determinanti<span class="spiega" role="tooltip"><span class="spiega-testo" id="sp-12">Il determinante di una matrice quadrata è la somma, su tutte le n! permutazioni, dei prodotti di n elementi presi uno per riga e uno per colonna, con segno + o − secondo la parità della permutazione; per 2×2 è ad − bc, per 3×3 c&#39;è la regola di Sarrus, per le triangolari è il prodotto della diagonale.<span class="spiega-vai">Permutazioni e definizione di determinante →</span></span><span class="graffa" aria-hidden="true"><i class="g-l"></i><i class="g-linea"></i><i class="g-punta"></i><i class="g-linea"></i><i class="g-r"></i></span></span><!--/spiega--></a>.

## Proprietà

Se A,B∈Mn(K)A, B \in M_n(K) sono invertibili:

| Proprietà | Perché |
|---|---|
| (A−1)−1=A(A^{-1})^{-1} = A | AA−1=A−1A=IA A^{-1} = A^{-1} A = I dice anche che AA è inversa di A−1A^{-1} |
| (AB)−1=B−1A−1(AB)^{-1} = B^{-1} A^{-1} (ordine invertito) | (AB)(B−1A−1)=A(BB−1)A−1=AA−1=I(AB)(B^{-1}A^{-1}) = A(BB^{-1})A^{-1} = AA^{-1} = I |
| (AT)−1=(A−1)T(A^T)^{-1} = (A^{-1})^T | AT(A−1)T=(A−1A)T=IT=IA^T (A^{-1})^T = (A^{-1} A)^T = I^T = I, usando (BC)T=CTBT(BC)^T = C^T B^T |
| (λA)−1=1λA−1(\lambda A)^{-1} = \frac1\lambda A^{-1} per λ≠0\lambda \ne 0 | (λA)(1λA−1)=AA−1=I(\lambda A)(\frac1\lambda A^{-1}) = AA^{-1} = I |

La seconda riga ricorda il "togliersi calze e scarpe": si tolgono in ordine inverso a come si sono messe.

**Uso per i sistemi.** Se A∈Mn(K)A \in M_n(K) è invertibile, AX=BAX = B ha l'unica soluzione X=A−1BX = A^{-1}B (si moltiplicano entrambi i membri **a sinistra** per A−1A^{-1}). Calcolare A−1A^{-1} conviene però solo se si devono risolvere molti sistemi con la stessa AA e termini noti diversi; per un solo sistema è più rapido Gauss direttamente su (A ∣ B)(A \,|\, B).

## Errori comuni

- **Parlare di inversa di una matrice non quadrata.** Non esiste.
- **Usare operazioni sulle colonne** in (A ∣ I)(A \,|\, I): le colonne di AA e di II non si mescolerebbero nel modo giusto. Solo righe.
- **Moltiplicare dalla parte sbagliata**: da AX=BAX = B si ricava X=A−1BX = A^{-1}B, non BA−1BA^{-1} (che spesso non ha nemmeno senso).
- **Scrivere (AB)−1=A−1B−1(AB)^{-1} = A^{-1}B^{-1}**: l'ordine va invertito.
- **Non verificare**: un prodotto AA−1AA^{-1} richiede pochi conti e scopre quasi tutti gli errori.

IV. Determinante

Permutazioni e definizione di determinante

Definizione (permutazione). Una permutazione di {1,2,…,n}\{1, 2, \dots, n\} è una funzione biiettivainiettiva (elementi diversi vanno in elementi diversi) e suriettiva (ogni elemento è immagine di qualcuno): ha quindi una funzione inversaFunzioni iniettive, suriettive e inverse → σ:{1,…,n}→{1,…,n}\sigma : \{1, \dots, n\} \to \{1, \dots, n\}. L'insieme di tutte le permutazioni di nn elementi si indica con SnS_n.

Esempio. σ=(123231)\sigma = \begin{pmatrix} 1 & 2 & 3 \\ 2 & 3 & 1 \end{pmatrix} è una permutazione di {1,2,3}\{1,2,3\}; in S3S_3 ce ne sono 3!=63! = 6.

Definizione (determinante). Sia A=(aij)∈Mn(K)A = (a_{ij}) \in M_n(K). Il determinante di AA è il numero det⁡A=∑σ∈Snsgn⁡(σ) a1σ(1) a2σ(2)⋯anσ(n).\det A = \sum_{\sigma \in S_n} \operatorname{sgn}(\sigma) \, a_{1\sigma(1)} \, a_{2\sigma(2)} \cdots a_{n\sigma(n)}.

Esempio. det⁡(1234)=1⋅4−2⋅3=−2\det\begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 3 & 4 \end{pmatrix} = 1\cdot 4 - 2\cdot 3 = -2.

Teorema (determinante di una matrice triangolare). Se AA è triangolare (superiore: tutti zeri sotto la diagonale; oppure inferiore: tutti zeri sopra), il determinante è il prodotto degli elementi della diagonale:

det⁡(a11∗⋯∗0a22⋯∗⋮⋱⋮00⋯ann)=a11a22⋯ann.\det \begin{pmatrix} a_{11} & * & \cdots & * \\ 0 & a_{22} & \cdots & * \\ \vdots & & \ddots & \vdots \\ 0 & 0 & \cdots & a_{nn} \end{pmatrix} = a_{11} a_{22} \cdots a_{nn}.

Esempio. det⁡(251037004)=2⋅3⋅4=24\det\begin{pmatrix} 2 & 5 & 1 \\ 0 & 3 & 7 \\ 0 & 0 & 4 \end{pmatrix} = 2 \cdot 3 \cdot 4 = 24.

Teorema (determinante della trasposta). det⁡AT=det⁡A\det A^T = \det A.

Esempio. det⁡(1234)=−2=det⁡(1324)\det\begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 3 & 4 \end{pmatrix} = -2 = \det\begin{pmatrix} 1 & 3 \\ 2 & 4 \end{pmatrix}.

Proprietà del determinante, Binet e Laplace

Teorema (Binet). Per A,B∈Mn(K)A, B \in M_n(K): det⁡(AB)=det⁡A⋅det⁡B.\det(AB) = \det A \cdot \det B.

Esempio. A=(1203)A = \begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 0 & 3 \end{pmatrix} e B=(2011)B = \begin{pmatrix} 2 & 0 \\ 1 & 1 \end{pmatrix} hanno det⁡A=3\det A = 3 e det⁡B=2\det B = 2; AB=(4233)AB = \begin{pmatrix} 4 & 2 \\ 3 & 3 \end{pmatrix} ha det⁡(AB)=6=3⋅2\det(AB) = 6 = 3 \cdot 2. (Il prodotto righe per colonneLe matrici m×n formano uno spazio vettoriale (somma e prodotto per scalare elemento per elemento); il prodotto righe per colonne corrisponde alla composizione di funzioni lineari, è associativo ma non commutativo; la trasposta scambia righe e colonne e (AB)^T = B^T A^T.Operazioni tra matrici →: riga 11 di AA per le colonne di BB dà 1⋅2+2⋅1=41 \cdot 2 + 2 \cdot 1 = 4 e 1⋅0+2⋅1=21 \cdot 0 + 2 \cdot 1 = 2; riga 22 dà 0⋅2+3⋅1=30 \cdot 2 + 3 \cdot 1 = 3 e 0⋅0+3⋅1=30 \cdot 0 + 3 \cdot 1 = 3. Poi det⁡(AB)=4⋅3−2⋅3=6\det(AB) = 4 \cdot 3 - 2 \cdot 3 = 6; det⁡A=3\det A = 3 e det⁡B=2\det B = 2 perché sono triangolari.)

Teorema (Laplace). Per ogni riga ii fissata: det⁡A=∑j=1n(−1)i+jaijdet⁡Aij(sviluppo lungo la riga i),\det A = \sum_{j=1}^n (-1)^{i+j} a_{ij} \det A_{ij} \qquad \text{(sviluppo lungo la riga } i\text{)}, e per ogni colonna jj fissata: det⁡A=∑i=1n(−1)i+jaijdet⁡Aij(sviluppo lungo la colonna j).\det A = \sum_{i=1}^n (-1)^{i+j} a_{ij} \det A_{ij} \qquad \text{(sviluppo lungo la colonna } j\text{)}. Il risultato non dipende dalla riga o colonna scelta.

Esempio (lezione 21).

Matrice aggiunta e teorema di Cramer

Teorema. A⋅A∗=A∗⋅A=det⁡A⋅InA \cdot A^* = A^* \cdot A = \det A \cdot I_n.

Esempio. A=(1234)A = \begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 3 & 4 \end{pmatrix} ha A∗=(4−2−31)A^* = \begin{pmatrix} 4 & -2 \\ -3 & 1 \end{pmatrix} e AA∗=(−200−2)=det⁡A⋅I2A A^* = \begin{pmatrix} -2 & 0 \\ 0 & -2 \end{pmatrix} = \det A \cdot I_2.

Teorema. Una matrice quadrata AA è invertibile se e solo se det⁡A≠0\det A \ne 0.

(⇒\Rightarrow: Binet, det⁡A⋅det⁡A−1=1\det A \cdot \det A^{-1} = 1. ⇐\Leftarrow: la formula qui sopra costruisce A−1A^{-1}.)

Esempio. (1234)\begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 3 & 4 \end{pmatrix} ha det⁡=−2≠0\det = -2 \ne 0 ed è invertibile; (1224)\begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 2 & 4 \end{pmatrix} ha det⁡=0\det = 0 e non lo è.

Teorema (Cramer). Se A∈Mn(K)A \in M_n(K) ha det⁡A≠0\det A \ne 0, il sistema AX=BAX = B ha un'unica soluzione, data da xi=ΔiΔ,i=1,…,n,x_i = \frac{\Delta_i}{\Delta}, \qquad i = 1, \dots, n, dove Δ=det⁡A\Delta = \det A e Δi\Delta_i è il determinante della matrice ottenuta da AA sostituendo la colonna ii con la colonna BB dei termini noti.

Esempio 2×22 \times 2 e significato geometrico.

Grafico interattivo: Il sistema 2x + y = 5, x − y = 1 ha Δ = −3 ≠ 0: le due rette non sono parallele e si incontrano nell'unico punto (Δ₁/Δ, Δ₂/Δ) = (2, 1)

V. Autovalori e diagonalizzazione

Autovalori e autovettori

Definizione. Due matrici A,B∈Mn(K)A, B \in M_n(K) sono simili se esiste una matrice invertibile P∈Mn(K)P \in M_n(K) tale che B=P−1AP.B = P^{-1} A P.

Esempio. A=(1203)A = \begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 0 & 3 \end{pmatrix} e B=(1003)B = \begin{pmatrix} 1 & 0 \\ 0 & 3 \end{pmatrix} sono simili con P=(1101)P = \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 0 & 1 \end{pmatrix}: P−1AP=BP^{-1} A P = B. Il conto: per la formula dell'inversa 2×2L'inversa di una matrice quadrata A è la matrice A⁻¹ con A A⁻¹ = A⁻¹ A = I; esiste se e solo se rango(A) = n e si calcola con Gauss-Jordan riducendo (A | I) fino a (I | A⁻¹).Matrice inversa → (det⁡P=1\det P = 1) P−1=(1−101)P^{-1} = \begin{pmatrix} 1 & -1 \\ 0 & 1 \end{pmatrix}; poi AP=(11+203)=(1303)AP = \begin{pmatrix} 1 & 1 + 2 \\ 0 & 3 \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} 1 & 3 \\ 0 & 3 \end{pmatrix} e P−1(AP)=(1−03−303)=(1003)=BP^{-1}(AP) = \begin{pmatrix} 1 - 0 & 3 - 3 \\ 0 & 3 \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} 1 & 0 \\ 0 & 3 \end{pmatrix} = B.

Definizione. Sia f:V→Vf : V \to V lineare. Un vettore v∈Vv \in V, v≠0⃗v \ne \vec 0, si dice autovettore di ff se esiste uno scalare λ∈K\lambda \in K tale che f(v)=λv.f(v) = \lambda v . Lo scalare λ\lambda si chiama autovalore di ff (relativo all'autovettore vv).

Per una matrice A∈Mn(K)A \in M_n(K) si dice lo stesso con Av=λvA v = \lambda v (vv vettore colonna non nullo).

Esempio immediato. Con A=(−7−968)A = \begin{pmatrix} -7 & -9 \\ 6 & 8 \end{pmatrix} e v=(−1,1)v = (-1, 1):

Grafico interattivo: Con A = (−7 −9; 6 8): il vettore v = (−1, 1) viene mandato in Av = (−2, 2) = 2v, sulla sua stessa retta (autovettore); il vettore e₁ = (1, 0) va in Ae₁ = (−7, 6), che cambia direzione

Definizione. Il polinomio caratteristico di A∈Mn(K)A \in M_n(K) è pA(λ)=det⁡(A−λI),p_A(\lambda) = \det(A - \lambda I), cioè il determinante della matrice che si ottiene sottraendo λ\lambda solo agli elementi della diagonale di AA. L'equazione pA(λ)=0p_A(\lambda) = 0 si chiama equazione caratteristica.

Esempio. A=(2112)A = \begin{pmatrix} 2 & 1 \\ 1 & 2 \end{pmatrix}: A−λI=(2−λ112−λ)A - \lambda I = \begin{pmatrix} 2 - \lambda & 1 \\ 1 & 2 - \lambda \end{pmatrix} e, con la regola ad−bcad - bc, pA(λ)=(2−λ)2−1⋅1=4−4λ+λ2−1=λ2−4λ+3p_A(\lambda) = (2 - \lambda)^2 - 1 \cdot 1 = 4 - 4\lambda + \lambda^2 - 1 = \lambda^2 - 4\lambda + 3.

Teorema. Gli autovalori di AA sono esattamente le soluzioni (in KK) dell'equazione caratteristica det⁡(A−λI)=0\det(A - \lambda I) = 0.

Esempio. Per la stessa AA: con la formula delle equazioni di secondo grado λ=4±16−122=4±22\lambda = \frac{4 \pm \sqrt{16 - 12}}{2} = \frac{4 \pm 2}{2}, cioè λ=1\lambda = 1 e λ=3\lambda = 3; quindi λ2−4λ+3=(λ−1)(λ−3)\lambda^2 - 4\lambda + 3 = (\lambda - 1)(\lambda - 3) e gli autovalori sono 11 e 33.

Definizione. Se nella scomposizione in fattori del polinomio caratteristico compare il fattore (λ−a)r(\lambda - a)^r, con rr massimo (cioè (λ−a)r+1(\lambda - a)^{r+1} non divide pAp_A), si dice che l'autovalore aa ha molteplicità algebrica rr. Si scrive ma(a)=rm_a(a) = r.

Esempio: se pA(λ)=−(λ−1)2(λ+3)p_A(\lambda) = -(\lambda - 1)^2 (\lambda + 3), l'autovalore 11 ha molteplicità algebrica 22 e l'autovalore −3-3 ha molteplicità algebrica 11. Si chiama "algebrica" perché nasce solo dallo scomporre un polinomio; tra poco arriva quella "geometrica".

Teorema. Se AA e BB sono simili, allora pA(λ)=pB(λ)p_A(\lambda) = p_B(\lambda). In particolare hanno gli stessi autovalori, con le stesse molteplicità algebriche.

Esempio. A=(1203)A = \begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 0 & 3 \end{pmatrix} e B=diag⁡(1,3)B = \operatorname{diag}(1, 3) sono simili e hanno entrambe p(λ)=(1−λ)(3−λ)p(\lambda) = (1 - \lambda)(3 - \lambda).

Definizione. L'autospazio relativo all'autovalore λ\lambda è Vλ=Ker⁡(A−λI)={v∈Kn:Av=λv}.V_\lambda = \operatorname{Ker}(A - \lambda I) = \{ v \in K^n : A v = \lambda v \}. I suoi elementi non nulli sono esattamente gli autovettori relativi a λ\lambda.

Esempio. A=(2112)A = \begin{pmatrix} 2 & 1 \\ 1 & 2 \end{pmatrix} e λ=3\lambda = 3: A−3I=(−111−1)A - 3I = \begin{pmatrix} -1 & 1 \\ 1 & -1 \end{pmatrix}. La seconda riga è l'opposta della prima, quindi resta la sola equazione −x1+x2=0-x_1 + x_2 = 0, cioè x2=x1x_2 = x_1 con x1=tx_1 = t libero: V3=Ker⁡(A−3I)={(t,t)}=⟨(1,1)⟩V_3 = \operatorname{Ker}(A - 3I) = \{(t, t)\} = \langle (1, 1) \rangle. Allo stesso modo A−I=(1111)A - I = \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & 1 \end{pmatrix} dà x1+x2=0x_1 + x_2 = 0 e V1=⟨(−1,1)⟩V_1 = \langle (-1, 1) \rangle. Verifica: A(1,1)=(3,3)A(1, 1) = (3, 3), A(−1,1)=(−1,1)A(-1, 1) = (-1, 1) ✓.

Definizione. La molteplicità geometrica di un autovalore λ\lambda è la dimensione del suo autospazio: mg(λ)=dim⁡Vλ=n−rango⁡(A−λI).m_g(\lambda) = \dim V_\lambda = n - \operatorname{rango}(A - \lambda I).

Esempio. A=(2102)A = \begin{pmatrix} 2 & 1 \\ 0 & 2 \end{pmatrix} e λ=2\lambda = 2: A−2I=(0100)A - 2I = \begin{pmatrix} 0 & 1 \\ 0 & 0 \end{pmatrix} ha rango 11 (una sola riga non nulla), quindi mg(2)=2−1=1m_g(2) = 2 - 1 = 1: il sistema è la sola equazione x2=0x_2 = 0, con x1x_1 libero, e V2=⟨(1,0)⟩V_2 = \langle (1, 0) \rangle. Invece ma(2)=2m_a(2) = 2, perché la matrice è triangolare e pA(λ)=(2−λ)2p_A(\lambda) = (2 - \lambda)^2.

Diagonalizzazione

Definizione. Una matrice A∈Mn(K)A \in M_n(K) si dice diagonalizzabile (su KK) se è simileEsiste P invertibile con P⁻¹AP uguale all'altra matrice: rappresentano la stessa funzione lineare in basi diverse.Autovalori e autovettori → a una matrice diagonale, cioè se esistono SS invertibile e DD diagonale con D=S−1AS(equivalentemente A=SDS−1).D = S^{-1} A S \qquad \text{(equivalentemente } A = S D S^{-1}\text{)}. Un endomorfismo f:V→Vf : V \to V è diagonalizzabile se ha una matrice diagonale in qualche base.

Esempio. A=(2112)A = \begin{pmatrix} 2 & 1 \\ 1 & 2 \end{pmatrix} con S=(111−1)S = \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & -1 \end{pmatrix} (autovettori (1,1)(1,1) e (1,−1)(1,-1), trovati in Autovalori e autovettoriUn autovettore è un vettore non nullo che una funzione lineare manda in un suo multiplo; si trovano gli autovalori come radici del polinomio caratteristico det(A − λI) e gli autovettori come nucleo di A − λI. Matrici simili hanno gli stessi autovalori.Autovalori e autovettori →) e D=diag⁡(3,1)D = \operatorname{diag}(3, 1): S−1AS=DS^{-1} A S = D. Il conto: det⁡S=−1−1=−2\det S = -1 - 1 = -2, quindi per la formula dell'inversa 2×2L'inversa di una matrice quadrata A è la matrice A⁻¹ con A A⁻¹ = A⁻¹ A = I; esiste se e solo se rango(A) = n e si calcola con Gauss-Jordan riducendo (A | I) fino a (I | A⁻¹).Matrice inversa → S−1=−12(−1−1−11)=12(111−1)S^{-1} = -\frac12 \begin{pmatrix} -1 & -1 \\ -1 & 1 \end{pmatrix} = \frac12 \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & -1 \end{pmatrix}; poi AS=(2+12−11+21−2)=(313−1)AS = \begin{pmatrix} 2 + 1 & 2 - 1 \\ 1 + 2 & 1 - 2 \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} 3 & 1 \\ 3 & -1 \end{pmatrix} e S−1(AS)=12(3+31−13−31+1)=(3001)S^{-1}(AS) = \frac12 \begin{pmatrix} 3 + 3 & 1 - 1 \\ 3 - 3 & 1 + 1 \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} 3 & 0 \\ 0 & 1 \end{pmatrix}.

Grafico interattivo: A = (2 1; 1 2): le rette y = x (autovalore 3) e y = −x (autovalore 1) sono direzioni invarianti; e₁ = (1, 0), che non è un autovettore, va in Ae₁ = (2, 1) = (3/2)(1, 1) + (1/2)(1, −1)

Teorema. AA è diagonalizzabile   ⟺  \iff esiste una base di KnK^n formata da autovettori di AA. In tal caso:

  • DD ha sulla diagonale gli autovalori λ1,…,λn\lambda_1, \dots, \lambda_n;
  • SS ha nelle colonne gli autovettori v1,…,vnv_1, \dots, v_n corrispondenti, nello stesso ordine.

Esempio. (2112)\begin{pmatrix} 2 & 1 \\ 1 & 2 \end{pmatrix} ha la base di autovettori (1,1)(1,1), (1,−1)(1,-1): è diagonalizzabile. (2102)\begin{pmatrix} 2 & 1 \\ 0 & 2 \end{pmatrix} ha solo gli autovettori (t,0)(t, 0): nessuna base, non è diagonalizzabile.

Teorema. Siano λ1,…,λr\lambda_1, \dots, \lambda_r autovalori distinti di AA e v1,…,vrv_1, \dots, v_r autovettori corrispondenti (Avi=λiviA v_i = \lambda_i v_i). Allora v1,…,vrv_1, \dots, v_r sono linearmente indipendenti.

Esempio. Per (2112)\begin{pmatrix} 2 & 1 \\ 1 & 2 \end{pmatrix} gli autovettori (1,1)(1,1) e (1,−1)(1,-1) hanno autovalori distinti 3≠13 \ne 1 e sono indipendenti: det⁡(111−1)=−2≠0\det\begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & -1 \end{pmatrix} = -2 \ne 0.

Corollario. Se A∈Mn(K)A \in M_n(K) ha nn autovalori distinti in KK, allora è diagonalizzabile.

Esempio. (1103)\begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 0 & 3 \end{pmatrix} è triangolare con autovalori distinti 11 e 33 (gli elementi della diagonale): è diagonalizzabile. Se si vuole anche SS: A−I=(0102)A - I = \begin{pmatrix} 0 & 1 \\ 0 & 2 \end{pmatrix} dà x2=0x_2 = 0, autovettore (1,0)(1, 0); A−3I=(−2100)A - 3I = \begin{pmatrix} -2 & 1 \\ 0 & 0 \end{pmatrix} dà x2=2x1x_2 = 2x_1, autovettore (1,2)(1, 2); quindi S=(1102)S = \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 0 & 2 \end{pmatrix}, D=diag⁡(1,3)D = \operatorname{diag}(1, 3).

Teorema. Per ogni autovalore λ\lambda di AA: 1≤mg(λ)≤ma(λ).1 \le m_g(\lambda) \le m_a(\lambda).

Esempio. (2102)\begin{pmatrix} 2 & 1 \\ 0 & 2 \end{pmatrix} ha ma(2)=2m_a(2) = 2 e mg(2)=1m_g(2) = 1, quindi 1≤mg(2)≤ma(2)1 \le m_g(2) \le m_a(2) con la seconda disuguaglianza stretta.

Teorema (criterio). A∈Mn(K)A \in M_n(K) è diagonalizzabile su KK se e solo se:

  1. tutti gli autovalori stanno in KK, cioè la somma delle molteplicità algebriche degli autovalori in KK è nn: ma(λ1)+⋯+ma(λr)=n;m_a(\lambda_1) + \dots + m_a(\lambda_r) = n;
  2. per ogni autovalore mg(λi)=ma(λi)m_g(\lambda_i) = m_a(\lambda_i).

Esempio. (2102)\begin{pmatrix} 2 & 1 \\ 0 & 2 \end{pmatrix} ha ma(2)=2≠mg(2)=1m_a(2) = 2 \ne m_g(2) = 1: non è diagonalizzabile. La matrice I2I_2 ha ma(1)=mg(1)=2m_a(1) = m_g(1) = 2: è diagonalizzabile.

Definizione. A∈Mn(R)A \in M_n(\mathbb{R}) è simmetrica se AT=AA^T = A, cioè aij=ajia_{ij} = a_{ji}: ogni riga è uguale alla corrispondente colonna. È antisimmetrica se AT=−AA^T = -A; in tal caso la diagonale è tutta nulla (un elemento diagonale non si sposta trasponendo, quindi deve essere uguale al suo opposto). Esempio di antisimmetrica: (03−2−3012−10)\begin{pmatrix} 0 & 3 & -2 \\ -3 & 0 & 1 \\ 2 & -1 & 0 \end{pmatrix}.

Esempio. (1225)\begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 2 & 5 \end{pmatrix} è simmetrica; (03−30)\begin{pmatrix} 0 & 3 \\ -3 & 0 \end{pmatrix} è antisimmetrica (diagonale nulla e aji=−aija_{ji} = -a_{ij}).

Teorema. Una matrice simmetrica reale AA di ordine nn ha nn autovalori reali (contati con molteplicità).

Esempio. (1221)\begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 2 & 1 \end{pmatrix} ha p(λ)=(1−λ)2−4p(\lambda) = (1 - \lambda)^2 - 4, con autovalori reali 33 e −1-1. Una matrice non simmetrica può averli complessi: (0−110)\begin{pmatrix} 0 & -1 \\ 1 & 0 \end{pmatrix} ha ±i\pm i.

Esponenziale di una matrice e sistemi differenziali lineari

Definizione. Per A∈Mn(R)A \in M_n(\mathbb{R}): eA=I+A+A22!+A33!+⋯=∑k=0∞Akk!.e^A = I + A + \frac{A^2}{2!} + \frac{A^3}{3!} + \dots = \sum_{k=0}^{\infty} \frac{A^k}{k!} .

Esempio. A=(0100)A = \begin{pmatrix} 0 & 1 \\ 0 & 0 \end{pmatrix} ha A2=(0⋅0+1⋅00⋅1+1⋅000)=OA^2 = \begin{pmatrix} 0 \cdot 0 + 1 \cdot 0 & 0 \cdot 1 + 1 \cdot 0 \\ 0 & 0 \end{pmatrix} = O, e quindi anche A3=A2A=OA^3 = A^2 A = O e così via: la serie si ferma: eA=I+A=(1101)e^A = I + A = \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 0 & 1 \end{pmatrix}. Allo stesso modo eAx=I+Ax=(1x01)e^{Ax} = I + Ax = \begin{pmatrix} 1 & x \\ 0 & 1 \end{pmatrix}: compare xx, non solo esponenziali (succede perché AA non è diagonalizzabile, vedi Forma canonica di JordanUna matrice non diagonalizzabile (con autovalori nel campo) è simile a una matrice di Jordan: diagonale a blocchi, con l'autovalore sulla diagonale di ogni blocco e degli 1 subito sopra. Il numero di blocchi di λ è la molteplicità geometrica, la somma delle loro dimensioni quella algebrica; la base si costruisce con catene di autovettori generalizzati.Forma canonica di Jordan →).

Formula. Se A=SDS−1A = S D S^{-1} con D=diag⁡(λ1,…,λn)D = \operatorname{diag}(\lambda_1, \dots, \lambda_n), allora eA=S(eλ1⋱eλn)S−1,eAx=S(eλ1x⋱eλnx)S−1.e^{A} = S \begin{pmatrix} e^{\lambda_1} & & \\ & \ddots & \\ & & e^{\lambda_n} \end{pmatrix} S^{-1}, \qquad e^{A x} = S \begin{pmatrix} e^{\lambda_1 x} & & \\ & \ddots & \\ & & e^{\lambda_n x} \end{pmatrix} S^{-1}.

Esempio. A=(2112)=Sdiag⁡(3,1)S−1A = \begin{pmatrix} 2 & 1 \\ 1 & 2 \end{pmatrix} = S \operatorname{diag}(3, 1) S^{-1} con S=(111−1)S = \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & -1 \end{pmatrix}: eA=Sdiag⁡(e3,e)S−1=12(e3+ee3−ee3−ee3+e)e^A = S \operatorname{diag}(e^3, e) S^{-1} = \frac{1}{2}\begin{pmatrix} e^3 + e & e^3 - e \\ e^3 - e & e^3 + e \end{pmatrix}. Il conto: S−1=12(111−1)S^{-1} = \frac12 \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & -1 \end{pmatrix} (vedi DiagonalizzazioneUna matrice è diagonalizzabile se è simile a una diagonale, cioè se esiste una base di autovettori: allora A = S D S⁻¹ con gli autovettori nelle colonne di S e gli autovalori in D. Criterio: tutti gli autovalori nel campo e molteplicità geometrica uguale a quella algebrica. Le matrici simmetriche reali hanno autovalori reali.Diagonalizzazione →); Sdiag⁡(e3,e)=(e3ee3−e)S \operatorname{diag}(e^3, e) = \begin{pmatrix} e^3 & e \\ e^3 & -e \end{pmatrix} (la prima colonna di SS per e3e^3, la seconda per ee); moltiplicando per S−1S^{-1} la riga (e3,e)(e^3, e) dà 12(e3+e, e3−e)\frac12(e^3 + e,\ e^3 - e) e la riga (e3,−e)(e^3, -e) dà 12(e3−e, e3+e)\frac12(e^3 - e,\ e^3 + e).

Forma canonica di Jordan

Definizione. Il blocco di Jordan di ordine kk relativo a λ\lambda è la matrice k×kk \times k Jk(λ)=(λ1λ⋱⋱1λ)J_k(\lambda) = \begin{pmatrix} \lambda & 1 & & \\ & \lambda & \ddots & \\ & & \ddots & 1 \\ & & & \lambda \end{pmatrix} con λ\lambda sulla diagonale, 11 subito sopra la diagonale e 00 altrove. Una matrice di Jordan è una matrice diagonale a blocchi i cui blocchi sono blocchi di Jordan.

Esempio. J2(2)=(2102)J_2(2) = \begin{pmatrix} 2 & 1 \\ 0 & 2 \end{pmatrix} e J3(0)=(010001000)J_3(0) = \begin{pmatrix} 0 & 1 & 0 \\ 0 & 0 & 1 \\ 0 & 0 & 0 \end{pmatrix}: λ\lambda sulla diagonale, 11 subito sopra, 00 altrove.

Teorema (forma canonica di Jordan). Sia A∈Mn(K)A \in M_n(K) con tutti gli autovalori in KK (sempre vero per K=CK = \mathbb{C}). Allora AA è simile a una matrice di Jordan JJ, unica a meno dell'ordine dei blocchi: P−1AP=J.P^{-1} A P = J .

Esempio. A=(2102)A = \begin{pmatrix} 2 & 1 \\ 0 & 2 \end{pmatrix} non è diagonalizzabile, ma è già in forma di Jordan: un solo blocco J2(2)J_2(2) (uno solo perché mg(2)=1m_g(2) = 1).

VI. Prodotto scalare e ortogonalità

Prodotto scalare, norma e angoli

Definizione. Per v=(a1,…,an)v = (a_1, \dots, a_n) e w=(b1,…,bn)w = (b_1, \dots, b_n) in Rn\mathbb{R}^n: v⋅w=∑i=1naibi=a1b1+a2b2+⋯+anbn,∥v∥=v⋅v=a12+⋯+an2.v \cdot w = \sum_{i=1}^n a_i b_i = a_1 b_1 + a_2 b_2 + \dots + a_n b_n, \qquad \|v\| = \sqrt{v \cdot v} = \sqrt{a_1^2 + \dots + a_n^2} .

Esempio. v=(1,2,−1,3)v = (1, 2, -1, 3), w=(2,0,4,1)w = (2, 0, 4, 1): si moltiplicano le componenti nella stessa posizione e si sommano, v⋅w=1⋅2+2⋅0+(−1)⋅4+3⋅1=2+0−4+3=1v \cdot w = 1 \cdot 2 + 2 \cdot 0 + (-1) \cdot 4 + 3 \cdot 1 = 2 + 0 - 4 + 3 = 1; ∥v∥=12+22+(−1)2+32=1+4+1+9=15\|v\| = \sqrt{1^2 + 2^2 + (-1)^2 + 3^2} = \sqrt{1 + 4 + 1 + 9} = \sqrt{15}.

Teorema (disuguaglianza di Cauchy-Schwarz). Per ogni v,w∈Rnv, w \in \mathbb{R}^n: ∣v⋅w∣≤∥v∥ ∥w∥.\lvert v \cdot w \rvert \le \|v\|\, \|w\| . Inoltre vale l'uguaglianza se e solo se vv e ww sono proporzionali.

Esempio. v=(1,2)v = (1,2) e w=(3,1)w = (3,1): ∣v⋅w∣=5≤∥v∥ ∥w∥=510=50≈7,07|v \cdot w| = 5 \le \|v\|\,\|w\| = \sqrt{5}\sqrt{10} = \sqrt{50} \approx 7{,}07.

Grafico interattivo: La parabola ‖v + t w‖² della dimostrazione. Con v = (1, 2), w = (3, 1) è 10t² + 10t + 5: sempre positiva, Δ/4 = 25 − 50 < 0, quindi |v·w| = 5 < √50. Con w = (2, 4), proporzionale a v, è 5(2t + 1)²: tocca l'asse in t = −1/2, dove v − w/2 = 0

Definizione. L'angolo tra due vettori non nulli v,w∈Rnv, w \in \mathbb{R}^n è l'unico α∈[0,π]\alpha \in [0, \pi] tale che cos⁡α=v⋅w∥v∥ ∥w∥,cioeˋα=arccos⁡v⋅w∥v∥ ∥w∥.\cos \alpha = \frac{v \cdot w}{\|v\|\, \|w\|}, \qquad \text{cioè} \quad \alpha = \arccos \frac{v \cdot w}{\|v\|\, \|w\|} .

Esempio. v=(1,1,1,1)v = (1, 1, 1, 1), w=(1,0,1,0)w = (1, 0, 1, 0): v⋅w=1+0+1+0=2v \cdot w = 1 + 0 + 1 + 0 = 2, ∥v∥=4=2\|v\| = \sqrt{4} = 2, ∥w∥=2\|w\| = \sqrt{2}, quindi cos⁡α=22⋅2=12\cos \alpha = \frac{2}{2 \cdot \sqrt2} = \frac{1}{\sqrt 2} e α=arccos⁡12=π4\alpha = \arccos \frac{1}{\sqrt2} = \frac{\pi}{4} (45°45°). Dettagli nell'Esercizio 86 · angoli, aree e volumi con il prodotto scalare.

Definizione. Due vettori v,wv, w sono ortogonali (o perpendicolari), e si scrive v⊥wv \perp w, se v⋅w=0v \cdot w = 0.

Esempio. (1,2)⋅(2,−1)=2−2=0(1,2) \cdot (2,-1) = 2 - 2 = 0: i due vettori sono ortogonali.

Definizione. Un vettore è normalizzato (un versore) se ha norma 11.

Esempio: v=(3,0,4)v = (3, 0, 4), ∥v∥=5\|v\| = 5, versore (35,0,45)\left(\frac35, 0, \frac45\right).

Complemento ortogonale e proiezioni ortogonali

Definizione. Sia U⊆RnU \subseteq \mathbb{R}^n un sottospazio vettoriale. L'ortogonale di UU è U⊥={v∈Rn:v⋅u=0  per ogni u∈U},U^\perp = \{ v \in \mathbb{R}^n : v \cdot u = 0 \ \text{ per ogni } u \in U \}, l'insieme dei vettori perpendicolari a tutti i vettori di UU.

Esempio. U=⟨(1,1,0)⟩⊆R3U = \langle (1,1,0) \rangle \subseteq \mathbb{R}^3: U⊥={(x,y,z):x+y=0}=⟨(1,−1,0),(0,0,1)⟩U^\perp = \{(x,y,z) : x + y = 0\} = \langle (1,-1,0), (0,0,1) \rangle. Passaggi: (x,y,z)⋅(1,1,0)=x+y(x, y, z) \cdot (1, 1, 0) = x + y, e basta imporre l'ortogonalità al generatore (lo si giustifica sotto, "basta controllare una base"). L'equazione x+y=0x + y = 0 ha due incognite libere, xx e zz: con y=−xy = -x le soluzioni sono (x,−x,z)=x (1,−1,0)+z (0,0,1)(x, -x, z) = x\,(1, -1, 0) + z\,(0, 0, 1).

Proposizione. Se {u1,…,ur}\{u_1, \dots, u_r\} è una base (o anche solo un insieme di generatori) di UU, allora v∈U⊥  ⟺  v⋅u1=0,  v⋅u2=0, …, v⋅ur=0.v \in U^\perp \iff v \cdot u_1 = 0, \ \ v \cdot u_2 = 0, \ \dots, \ v \cdot u_r = 0 .

Esempio. U=⟨(1,2,0,1), (0,1,1,−1)⟩⊂R4U = \langle (1, 2, 0, 1),\ (0, 1, 1, -1) \rangle \subset \mathbb{R}^4: U⊥:{x1+2x2+x4=0x2+x3−x4=0U^\perp: \begin{cases} x_1 + 2x_2 + x_4 = 0 \\ x_2 + x_3 - x_4 = 0 \end{cases}

Teorema. Per ogni sottospazio U⊆RnU \subseteq \mathbb{R}^n: dim⁡U⊥=n−dim⁡U.\dim U^\perp = n - \dim U .

Esempio. U=⟨(1,1,0)⟩⊆R3U = \langle (1,1,0) \rangle \subseteq \mathbb{R}^3 ha dim⁡U=1\dim U = 1, quindi dim⁡U⊥=3−1=2\dim U^\perp = 3 - 1 = 2 (infatti U⊥=⟨(1,−1,0),(0,0,1)⟩U^\perp = \langle (1,-1,0), (0,0,1) \rangle).

Teorema. Per ogni sottospazio U⊆RnU \subseteq \mathbb{R}^n:

  1. U∩U⊥={0}U \cap U^\perp = \{0\};
  2. Rn=U⊕U⊥\mathbb{R}^n = U \oplus U^\perp;
  3. (U⊥)⊥=U(U^\perp)^\perp = U.

Esempio. Con U=⟨(1,1,0)⟩U = \langle (1,1,0) \rangle e U⊥=⟨(1,−1,0),(0,0,1)⟩U^\perp = \langle (1,-1,0), (0,0,1) \rangle si ha U∩U⊥={0}U \cap U^\perp = \{0\} e R3=U⊕U⊥\mathbb{R}^3 = U \oplus U^\perp (dimensioni 1+2=31 + 2 = 3).

Definizione. v′=pU(v)v' = p_U(v) è la proiezione ortogonale di vv su UU; v′′=v−pU(v)=pU⊥(v)v'' = v - p_U(v) = p_{U^\perp}(v) è la proiezione su U⊥U^\perp (la "componente ortogonale").

Esempio. U=⟨(1,0)⟩⊆R2U = \langle (1,0) \rangle \subseteq \mathbb{R}^2 e v=(3,4)v = (3,4): pU(v)=(3,0)p_U(v) = (3,0) e v−pU(v)=(0,4)∈U⊥v - p_U(v) = (0,4) \in U^\perp.

Teorema (migliore approssimazione). Per ogni u∈Uu \in U: ∥v−pU(v)∥≤∥v−u∥,\|v - p_U(v)\| \le \|v - u\|, con uguaglianza solo se u=pU(v)u = p_U(v). Cioè pU(v)p_U(v) è il vettore di UU più vicino a vv, e la distanza di vv da UU è ∥v−pU(v)∥=∥pU⊥(v)∥\|v - p_U(v)\| = \|p_{U^\perp}(v)\|.

Esempio. U=⟨(1,0)⟩U = \langle (1,0) \rangle e v=(3,4)v = (3,4): la distanza di vv da UU è ∥v−pU(v)∥=∥(0,4)∥=4\|v - p_U(v)\| = \|(0,4)\| = 4; per u=(2,0)u = (2,0) si ha ∥v−u∥=1+16≈4,12>4\|v - u\| = \sqrt{1 + 16} \approx 4{,}12 > 4.

Grafico interattivo: Migliore approssimazione con U = asse x e v = (3, 4): p_U(v) = (3, 0) dista 4 da v; un altro punto di U, u = (2, 0), dista √17 ≈ 4,12, ipotenusa del triangolo rettangolo di cateti 4 e ‖p_U(v) − u‖ = 1

Metodo dei minimi quadrati

Definizione. Una soluzione ai minimi quadrati di AX=bAX = b è un vettore X^∈Rn\hat X \in \mathbb{R}^n che rende minima la norma ∥AX−b∥2=∑i=1m((AX)i−bi)2.\|A X - b\|^2 = \sum_{i=1}^m \big( (AX)_i - b_i \big)^2 .

Esempio. A=(11)A = \begin{pmatrix} 1 \\ 1 \end{pmatrix}, b=(13)b = \begin{pmatrix} 1 \\ 3 \end{pmatrix}, cioè il sistema x=1x = 1, x=3x = 3 (incompatibile): ∥AX−b∥2=(x−1)2+(x−3)2\|AX - b\|^2 = (x - 1)^2 + (x - 3)^2 è minima per x^=2\hat{x} = 2. Passaggi: sviluppando, (x−1)2+(x−3)2=2x2−8x+10(x - 1)^2 + (x - 3)^2 = 2x^2 - 8x + 10, una parabola con il vertice in x=−−82⋅2=2x = -\frac{-8}{2 \cdot 2} = 2; oppure, con le derivate, ddx(2x2−8x+10)=4x−8=0\frac{d}{dx}(2x^2 - 8x + 10) = 4x - 8 = 0 per x=2x = 2 (teorema di Fermatx0 è punto di minimo (massimo) relativo se f(x0) ≤ f(x) (≥) per gli x del dominio vicini a x0. I candidati sono gli estremi del dominio, i punti dove f non è derivabile e i punti interni con f'(x0) = 0 (punti critici o stazionari). Teorema di Fermat: in un punto interno di minimo o massimo relativo dove f è derivabile, f'(x0) = 0. È solo una condizione necessaria: x³ in 0.Massimi e minimi relativi e teorema di Fermat →). Il valore minimo è 12+12=21^2 + 1^2 = 2: il compromesso sbaglia di 11 in ciascuna equazione.

Grafico interattivo: Somma dei quadrati degli scarti (x − 1)² + (x − 3)² per il sistema impossibile x = 1, x = 3: è minima in x = 2, la media dei due valori, dove vale 2

Teorema. X^\hat X è una soluzione ai minimi quadrati di AX=bAX = b se e solo se risolve le equazioni normali ATA X^=ATb.A^T A\, \hat X = A^T b . Se le colonne di AA sono linearmente indipendenti, ATAA^T A è invertibile e la soluzione è unica: X^=(ATA)−1ATb.\hat X = (A^T A)^{-1} A^T b .

Esempio. Per lo stesso sistema ATA=(2)A^T A = (2) e ATb=(4)A^T b = (4), quindi x^=(ATA)−1ATb=2\hat{x} = (A^T A)^{-1} A^T b = 2.

Basi ortonormali e Gram-Schmidt

Definizione. Un insieme di vettori {v1,…,vk}\{v_1, \dots, v_k\} è

  • ortogonale se vi⋅vj=0v_i \cdot v_j = 0 per ogni i≠ji \ne j;
  • ortonormale se è ortogonale e inoltre ∥vi∥=1\|v_i\| = 1 per ogni ii.

In formula, ortonormale significa vi⋅vj=δijv_i \cdot v_j = \delta_{ij}, dove δij=1\delta_{ij} = 1 se i=ji = j e 00 se i≠ji \ne j ("delta di Kronecker").

Esempio. {(1,1),(1,−1)}\{(1,1), (1,-1)\} è ortogonale (1−1=01 - 1 = 0) ma non ortonormale (ogni vettore ha norma 2\sqrt{2}); {(1,1)2,(1,−1)2}\left\{\frac{(1,1)}{\sqrt{2}}, \frac{(1,-1)}{\sqrt{2}}\right\} è ortonormale.

Proposizione. Se v1,…,vkv_1, \dots, v_k sono non nulli e a due a due ortogonali, allora sono linearmente indipendentiUna combinazione lineare è una somma di vettori moltiplicati per scalari. I vettori sono linearmente indipendenti se l'unica combinazione che dà il vettore nullo è quella con tutti i coefficienti nulli; altrimenti sono dipendenti, e allora uno di essi è combinazione lineare degli altri.Combinazioni lineari e dipendenza lineare →.

Esempio. v1=(1,1,0)v_1 = (1,1,0), v2=(1,−1,0)v_2 = (1,-1,0), v3=(0,0,2)v_3 = (0,0,2) sono non nulli e a due a due ortogonali, quindi sono linearmente indipendenti.

VII. Forme bilineari e teorema spettrale

Forme bilineari simmetriche

Definizione. Sia VV uno spazio vettoriale reale. Una forma bilineare su VV è una funzione φ:V×V→R\varphi: V \times V \to \mathbb{R} lineare in ciascun argomento: φ(λu+μv,w)=λφ(u,w)+μφ(v,w),φ(u,λv+μw)=λφ(u,v)+μφ(u,w)\varphi(\lambda u + \mu v, w) = \lambda \varphi(u, w) + \mu \varphi(v, w), \qquad \varphi(u, \lambda v + \mu w) = \lambda \varphi(u, v) + \mu \varphi(u, w) per ogni u,v,w∈Vu, v, w \in V, λ,μ∈R\lambda, \mu \in \mathbb{R}. È simmetrica se φ(v,w)=φ(w,v)\varphi(v, w) = \varphi(w, v) per ogni v,wv, w.

Esempio. Su R2\mathbb{R}^2, φ(v,w)=v1w1+2v2w2\varphi(v, w) = v_1 w_1 + 2 v_2 w_2 è bilineare e simmetrica; φ((1,1),(2,3))=1⋅2+2⋅1⋅3=2+6=8\varphi((1,1), (2,3)) = 1 \cdot 2 + 2 \cdot 1 \cdot 3 = 2 + 6 = 8. Bilineare perché, fissato ww, è una combinazione lineare delle componenti di vv (e viceversa); simmetrica perché scambiando vv e ww i prodotti viwiv_i w_i non cambiano.

Definizione. La matrice di φ\varphi rispetto a B\mathcal B è A=(aij)A = (a_{ij}) con aij=φ(vi,vj)a_{ij} = \varphi(v_i, v_j). Indicando con XX e YY le colonne delle coordinateFissata una base, ogni vettore ha una e una sola lista di coordinate; la funzione vettore → coordinate è un isomorfismo con K^n, quindi ogni spazio di dimensione n si comporta come K^n (ma l'isomorfismo dipende dalla base).Coordinate rispetto a una base → di vv e ww: φ(v,w)=XTA Y.\varphi(v, w) = X^T A\, Y .

Esempio. φ(v,w)=v1w1+2v2w2\varphi(v, w) = v_1 w_1 + 2 v_2 w_2 ha nella base canonica la matrice A=(1002)A = \begin{pmatrix} 1 & 0 \\ 0 & 2 \end{pmatrix}, e φ(v,w)=XTAY\varphi(v, w) = X^T A Y.

Teorema. Se AA è la matrice di φ\varphi rispetto a B\mathcal B, la matrice rispetto a B′\mathcal B' è A′=PTA P.A' = P^T A\, P . Due matrici A,A′A, A' legate da A′=PTAPA' = P^T A P con PP invertibile si dicono congruenti.

Esempio. A=(1221)A = \begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 2 & 1 \end{pmatrix} e la nuova base {(1,1),(1,−1)}\{(1, 1), (1, -1)\}, cioè P=(111−1)P = \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & -1 \end{pmatrix}:

Definizione. Il nucleo (o radicale) di φ\varphi è Ker⁡φ={v∈V:φ(v,w)=0  per ogni w∈V}.\operatorname{Ker} \varphi = \{ v \in V : \varphi(v, w) = 0 \ \text{ per ogni } w \in V \}. φ\varphi è non degenere se Ker⁡φ={0}\operatorname{Ker} \varphi = \{0\}, degenere altrimenti.

Esempio. φ(x,y)=x1y1+x1y2+x2y1+x2y2=(x1+x2)(y1+y2)\varphi(x, y) = x_1 y_1 + x_1 y_2 + x_2 y_1 + x_2 y_2 = (x_1 + x_2)(y_1 + y_2) ha matrice (1111)\begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & 1 \end{pmatrix}, det⁡=1−1=0\det = 1 - 1 = 0: degenere. Il nucleo è AX=0AX = 0, cioè la sola equazione x1+x2=0x_1 + x_2 = 0 (le due righe sono uguali): Ker⁡φ=⟨(1,−1)⟩\operatorname{Ker}\varphi = \langle (1, -1) \rangle. Controllo: φ((1,−1),y)=(1−1)(y1+y2)=0\varphi((1, -1), y) = (1 - 1)(y_1 + y_2) = 0 per ogni yy ✓.

Definizione. Una forma bilineare simmetrica φ\varphi è

  • definita positiva se φ(v,v)>0\varphi(v, v) > 0 per ogni v≠0v \ne 0;
  • semidefinita positiva se φ(v,v)≥0\varphi(v, v) \ge 0 per ogni vv (ma si annulla su qualche v≠0v \ne 0);
  • definita negativa se φ(v,v)<0\varphi(v, v) < 0 per ogni v≠0v \ne 0;
  • semidefinita negativa se φ(v,v)≤0\varphi(v, v) \le 0 per ogni vv (ma si annulla su qualche v≠0v \ne 0);
  • indefinita se assume sia valori positivi sia valori negativi.

Esempio. Su R2\mathbb{R}^2: q=x2+y2q = x^2 + y^2 è definita positiva; q=x2q = x^2 è semidefinita positiva (si annulla su (0,1)(0,1)); q=x2−y2q = x^2 - y^2 è indefinita.

Grafico interattivo: Insiemi q = 1: x₁² + x₂² = 1 (definita positiva) è una circonferenza, x₁² − x₂² = 1 (indefinita) è un'iperbole; le rette x₂ = ±x₁ (q = 0) sono le direzioni isotrope, come (1, 1)

Segno di una forma bilineare simmetrica

Teorema (Sylvester). Per ogni forma bilineare simmetrica reale esiste una base in cui la matrice è diag⁡(1,…,1⏟p,−1,…,−1⏟r,0,…,0⏟n−p−r),\operatorname{diag}(\underbrace{1, \dots, 1}_{p}, \underbrace{-1, \dots, -1}_{r}, \underbrace{0, \dots, 0}_{n - p - r}), e i numeri pp e rr sono gli stessi in qualunque base che renda la matrice diagonale.

Esempio. q(x,y)=x2−y2q(x,y) = x^2 - y^2 ha già matrice diag⁡(1,−1)\operatorname{diag}(1, -1): la segnatura è (p,r)=(1,1)(p, r) = (1, 1) e il rango è p+r=2p + r = 2.

Criterio dei minori principali. Sia AA simmetrica.

  • φ\varphi è definita positiva   ⟺  D1>0,D2>0,…,Dn>0\iff D_1 > 0, D_2 > 0, \dots, D_n > 0.
  • φ\varphi è definita negativa   ⟺  D1<0,D2>0,D3<0,…\iff D_1 < 0, D_2 > 0, D_3 < 0, \dots, cioè (−1)kDk>0(-1)^k D_k > 0 per ogni kk (segni alterni, partendo da −-).
  • Se det⁡A≠0\det A \ne 0 e non si è in nessuno dei due casi precedenti, φ\varphi è indefinita.
  • Se det⁡A=0\det A = 0 la forma è degenere e il criterio non basta: usare un altro metodo.

Esempio 1 (stessa matrice del metodo 2): D1=2D_1 = 2, D2=2⋅2−(−1)(−1)=4−1=3D_2 = 2 \cdot 2 - (-1)(-1) = 4 - 1 = 3, D3=det⁡A=2⋅(4−1)−(−1)⋅(−2−0)+0=6−2=4D_3 = \det A = 2 \cdot (4 - 1) - (-1) \cdot (-2 - 0) + 0 = 6 - 2 = 4 (Laplace lungo la prima riga). Tutti positivi: definita positiva ✓. I valori diagonali dopo Gram-Schmidt sono d1=D1D0=2d_1 = \frac{D_1}{D_0} = 2, d2=D2D1=32d_2 = \frac{D_2}{D_1} = \frac32, d3=D3D2=43d_3 = \frac{D_3}{D_2} = \frac43.

Teorema spettrale e forme quadratiche

Definizione. Una funzione lineare f:Rn→Rnf: \mathbb{R}^n \to \mathbb{R}^n è simmetrica se f(v)⋅w=v⋅f(w)per ogni v,w∈Rn.f(v) \cdot w = v \cdot f(w) \qquad \text{per ogni } v, w \in \mathbb{R}^n .

Esempio. f(x,y)=(2x+y, x+2y)f(x,y) = (2x + y,\ x + 2y) è simmetrica: f(v)⋅w=(2v1+v2) w1+(v1+2v2) w2=2v1w1+v2w1+v1w2+2v2w2f(v) \cdot w = (2v_1 + v_2)\, w_1 + (v_1 + 2v_2)\, w_2 = 2v_1 w_1 + v_2 w_1 + v_1 w_2 + 2 v_2 w_2, e v⋅f(w)=v1(2w1+w2)+v2(w1+2w2)v \cdot f(w) = v_1 (2w_1 + w_2) + v_2 (w_1 + 2w_2) dà gli stessi quattro termini.

Teorema spettrale. Sia f:Rn→Rnf: \mathbb{R}^n \to \mathbb{R}^n lineare. Sono equivalenti:

  1. ff è simmetrica;
  2. esiste una base ortonormale di Rn\mathbb{R}^n formata da autovettori di ff.

In termini di matrici: A∈Mn(R)A \in M_n(\mathbb{R}) è simmetrica se e solo se esiste una matrice ortogonale PP (PTP=IP^T P = I) tale che PTAP=P−1AP=Ddiagonale.P^T A P = P^{-1} A P = D \quad \text{diagonale}.

Esempio. A=(2112)A = \begin{pmatrix} 2 & 1 \\ 1 & 2 \end{pmatrix} è simmetrica: P=12(111−1)P = \frac{1}{\sqrt{2}}\begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & -1 \end{pmatrix} è ortogonale e PTAP=diag⁡(3,1)P^T A P = \operatorname{diag}(3, 1). Da dove viene: det⁡(A−xI)=(2−x)2−1=(x−3)(x−1)\det(A - xI) = (2 - x)^2 - 1 = (x - 3)(x - 1); per λ=3\lambda = 3, A−3I=(−111−1)A - 3I = \begin{pmatrix} -1 & 1 \\ 1 & -1 \end{pmatrix} dà x=yx = y, autovettore (1,1)(1, 1); per λ=1\lambda = 1, A−I=(1111)A - I = \begin{pmatrix} 1 & 1 \\ 1 & 1 \end{pmatrix} dà x=−yx = -y, autovettore (1,−1)(1, -1). I due sono ortogonali e hanno norma 2\sqrt2: divisi per 2\sqrt2 sono le colonne di PP.

Definizione. Una forma quadratica su Rn\mathbb{R}^n è un polinomio omogeneo di grado 22 nelle variabili x1,…,xnx_1, \dots, x_n: q(x)=∑i≤jcij xixj.q(x) = \sum_{i \le j} c_{ij}\, x_i x_j .

Esempio. q(x,y)=x2+4xy+3y2q(x,y) = x^2 + 4xy + 3y^2 si scrive xTAxx^T A x con A=(1223)A = \begin{pmatrix} 1 & 2 \\ 2 & 3 \end{pmatrix}: il coefficiente 44 del termine misto si divide a metà.

VIII. Geometria affine

Spazi affini, rette e piani

Definizione. Lo spazio affine reale nn-dimensionale An=ARn\mathbb{A}^n = \mathbb{A}^n_{\mathbb{R}} è l'insieme Rn\mathbb{R}^n i cui elementi si chiamano punti, insieme allo spazio vettoriale Rn\mathbb{R}^n e alle due operazioni:

  • punto più vettore: P+vP + v è il punto ottenuto spostando PP del vettore vv (componente per componente);
  • punto meno punto: Q−PQ - P è l'unico vettore vv tale che P+v=QP + v = Q, cioè il vettore che va da PP a QQ, scritto anche PQ→\overrightarrow{PQ}.

Esempio. P=(1,2,0)P = (1, 2, 0), Q=(4,0,1)Q = (4, 0, 1): PQ→=Q−P=(4−1, 0−2, 1−0)=(3,−2,1)\overrightarrow{PQ} = Q - P = (4 - 1, \ 0 - 2, \ 1 - 0) = (3, -2, 1) e infatti P+(3,−2,1)=(1+3, 2−2, 0+1)=(4,0,1)=QP + (3, -2, 1) = (1 + 3, \ 2 - 2, \ 0 + 1) = (4, 0, 1) = Q. È lo stesso vettore "spostamento" usato in fisica per la posizione relativa di due punti (Vettori - componenti, somma e moduloUn vettore ha modulo, direzione e verso. In un riferimento cartesiano si scrive con le sue componenti lungo i versori i, j, k: somma, differenza e prodotto per un numero si fanno componente per componente, il modulo con Pitagora.Vettori - componenti, somma e modulo →, Fisica Generale 1).

Definizione. Un sottospazio affine di An\mathbb{A}^n è un insieme della forma L=P+W={P+w:w∈W},L = P + W = \{ P + w : w \in W \}, con PP un punto e WW un sottospazio vettorialeUn sottospazio vettoriale è un sottoinsieme che è spazio vettoriale con le stesse operazioni: basta che sia chiuso per somma e per prodotto per scalari. Deve contenere il vettore nullo. In R^2 i sottospazi sono {0}, le rette per l'origine e tutto R^2.Sottospazi vettoriali → di Rn\mathbb{R}^n, detto spazio direttore (o giacitura) di LL. La dimensione di LL è dim⁡W\dim W (la DimensioneTutte le basi di uno spazio vettoriale hanno lo stesso numero di vettori, la dimensione (dim K^n = n). Da ogni sistema di generatori si estrae una base, ogni insieme di vettori indipendenti si completa a una base, e in dimensione n bastano n vettori indipendenti (o n generatori) per avere una base.Dimensione → dello spazio vettoriale WW, cioè il numero di vettori di una sua base).

Esempio. In A2\mathbb{A}^2 la retta L=(1,0)+⟨(1,1)⟩={(1+t,t)}L = (1,0) + \langle (1,1) \rangle = \{(1 + t, t)\} ha spazio direttore ⟨(1,1)⟩\langle (1,1) \rangle e dimensione 11. Le sue coordinate soddisfano x−y=1x - y = 1, cioè y=x−1y = x - 1: è la retta per l'origine W:y=xW: y = x traslata del vettore P=(1,0)P = (1, 0). Non passa per l'origine (0−0≠10 - 0 \ne 1), quindi non è un sottospazio vettoriale.

Grafico interattivo: Sottospazio affine L = (1, 0) + ⟨(1, 1)⟩, cioè y = x − 1, e il suo spazio direttore W = ⟨(1, 1)⟩, cioè y = x: L è W traslato del vettore P = (1, 0)

Teorema. L'insieme delle soluzioni di un sistema lineare compatibile AX=BAX = B in nn incognite è un sottospazio affine di An\mathbb{A}^n con spazio direttore W=Ker⁡AW = \operatorname{Ker} A e dimensione n−rango⁡(A)n - \operatorname{rango}(A). Viceversa ogni sottospazio affine si può descrivere così.

Esempio. x+y=2x + y = 2 in A2\mathbb{A}^2: A=(1  1)A = (1 \ \ 1), una soluzione è (1,1)(1, 1), il nucleo è {x+y=0}=⟨(1,−1)⟩\{x + y = 0\} = \langle (1, -1) \rangle, quindi le soluzioni sono (1,1)+⟨(1,−1)⟩(1,1) + \langle (1,-1) \rangle, una retta affine con W=Ker⁡AW = \operatorname{Ker} A di dimensione 2−1=12 - 1 = 1.

Distanze e angoli nello spazio affine

Definizione. d(Q,L)=min⁡{d(Q,X):X∈L}d(Q, L) = \min\{ d(Q, X) : X \in L \}: la distanza dal punto di LL più vicino.

Esempio. Q=(0,3)Q = (0,3) e LL la retta y=0y = 0 di A2\mathbb{A}^2: il punto di LL più vicino è H=(0,0)H = (0,0) e d(Q,L)=3d(Q, L) = 3.

Teorema. Sia L=P+WL = P + W. Esiste un unico punto H∈LH \in L tale che Q−H∈W⊥Q - H \in W^\perp (cioè Q−HQ - H è ortogonale a tutte le direzioni di LL). È il punto di LL più vicino a QQ, e d(Q,L)=∥Q−H∥d(Q, L) = \|Q - H\|. HH si chiama proiezione ortogonale di QQ su LL (o piede della perpendicolare).

Esempio: punto e retta. Q=(1,2,3)Q = (1, 2, 3), r:X=t(1,1,1)r: X = t(1, 1, 1). Allora Q−X=(1−t,2−t,3−t)Q - X = (1 - t, 2 - t, 3 - t) e

Teorema. Se π:a1x1+⋯+anxn=b\pi: a_1 x_1 + \dots + a_n x_n = b e a=(a1,…,an)a = (a_1, \dots, a_n), allora d(Q,π)=∣a⋅Q−b∣∥a∥,H=Q−a⋅Q−b∥a∥2 a.d(Q, \pi) = \frac{|a \cdot Q - b|}{\|a\|}, \qquad H = Q - \frac{a \cdot Q - b}{\|a\|^2}\, a .

Esempio. Q=(1,1,1)Q = (1, 1, 1), π:x+2y+2z=1\pi: x + 2y + 2z = 1:

Grafico interattivo: Q = (3, 3) e la retta x + 2y = 2: distanza 7/√5, piede della perpendicolare H = (8/5, 1/5), simmetrico Q′ = 2H − Q = (1/5, −13/5); R = (−1, 0) dà segno negativo ed è nell'altro semipiano

Fasci di piani

Teorema. I piani che contengono rr sono tutti e soli i piani di equazione λf1+μf2=0,(λ,μ)≠(0,0),\lambda f_1 + \mu f_2 = 0, \qquad (\lambda, \mu) \ne (0, 0), cioè (λa1+μa2)x+(λb1+μb2)y+(λc1+μc2)z+(λd1+μd2)=0(\lambda a_1 + \mu a_2) x + (\lambda b_1 + \mu b_2) y + (\lambda c_1 + \mu c_2) z + (\lambda d_1 + \mu d_2) = 0. L'insieme di questi piani si chiama fascio di piani di asse (o sostegno) rr.

Esempio. La retta rr di equazioni x=0x = 0, y=0y = 0 (l'asse zz) ha il fascio λx+μy=0\lambda x + \mu y = 0: contiene x=0x = 0 (μ=0\mu = 0), y=0y = 0 (λ=0\lambda = 0) e x+y=0x + y = 0 (λ=μ=1\lambda = \mu = 1). Sono i piani "verticali" che ruotano attorno all'asse zz, come le pagine di un libro aperto attorno alla costola.

Grafico interattivo: L'analogo nel piano: il fascio di rette per il punto (1, 1), λ(x + y − 2) + μ(x − y) = 0. Con (λ, μ) = (1, 0) si ha x + y = 2, con (0, 1) x = y, con (1, 1) x = 1, con (1, −1) y = 1, con (1, 2) 3x − y = 2

Prodotto vettoriale e prodotto misto

Definizione. Se v,wv, w sono indipendenti, il prodotto vettoriale v×wv \times w è l'unico vettore tale che

  1. v×wv \times w è ortogonale sia a vv sia a ww (direzione);
  2. ∥v×w∥\|v \times w\| è l'area del parallelogramma di lati vv e ww, cioè ∥v∥ ∥w∥sin⁡θ\|v\|\,\|w\| \sin\theta con θ\theta l'angolo tra vv e ww (lunghezza);
  3. la matrice con colonne vv, ww, v×wv \times w ha determinante positivo, cioè {v,w,v×w}\{v, w, v \times w\} è orientata come {e1,e2,e3}\{e_1, e_2, e_3\} (verso: regola della mano destra).

Se v,wv, w sono dipendenti si pone v×w=0⃗v \times w = \vec 0 (il parallelogramma è schiacciato e ha area 00).

Esempio. e1×e2=e3e_1 \times e_2 = e_3: e3e_3 è ortogonale a e1e_1 e e2e_2, ha norma 11 (l'area del quadrato unitario) e la matrice con colonne e1,e2,e3e_1, e_2, e_3 è I3I_3, con determinante 1>01 > 0. Con la formula qui sotto: (1,2,3)×(0,1,0)=(2⋅0−3⋅1, 3⋅0−1⋅0, 1⋅1−2⋅0)=(−3,0,1)(1,2,3) \times (0,1,0) = (2\cdot 0 - 3\cdot 1,\ 3\cdot 0 - 1\cdot 0,\ 1\cdot 1 - 2\cdot 0) = (-3, 0, 1).

Grafico interattivo: Un caso che si disegna nel piano: v = (3, 1, 0) e w = (1, 2, 0) stanno nel piano z = 0. Il parallelogramma che formano ha area |3 · 2 − 1 · 1| = 5, e v × w = (0, 0, 5) è verticale (esce dal foglio verso chi guarda) con norma 5; l'altezza h = ‖w‖ sin θ è la distanza di w dalla retta di v

Definizione. Il prodotto misto di u,v,w∈R3u, v, w \in \mathbb{R}^3 è il numero u⋅(v×w)=det⁡(u1u2u3v1v2v3w1w2w3).u \cdot (v \times w) = \det\begin{pmatrix} u_1 & u_2 & u_3 \\ v_1 & v_2 & v_3 \\ w_1 & w_2 & w_3 \end{pmatrix}.

Esempio. u=(1,0,0)u = (1,0,0), v=(0,2,0)v = (0,2,0), w=(0,0,3)w = (0,0,3): v×w=(2⋅3−0⋅0, 0⋅0−0⋅3, 0⋅0−2⋅0)=(6,0,0)v \times w = (2 \cdot 3 - 0 \cdot 0, \ 0 \cdot 0 - 0 \cdot 3, \ 0 \cdot 0 - 2 \cdot 0) = (6, 0, 0) e u⋅(v×w)=6=det⁡diag⁡(1,2,3)u \cdot (v \times w) = 6 = \det\operatorname{diag}(1,2,3) (il determinante di una matrice diagonale è il prodotto della diagonale), il volume del parallelepipedo, che qui è una scatola di lati 1,2,31, 2, 3.

Coniche e quadriche

Definizione. Una conica del piano affine A2\mathbb{A}^2 è l'insieme dei punti (x,y)(x, y) che soddisfano un'equazione di secondo grado a11x2+2a12xy+a22y2+2a13x+2a23y+a33=0,a_{11} x^2 + 2a_{12} xy + a_{22} y^2 + 2a_{13} x + 2a_{23} y + a_{33} = 0, con a11,a12,a22a_{11}, a_{12}, a_{22} non tutti nulli.

Esempio. x2+y2−4=0x^2 + y^2 - 4 = 0 è una conica (con a11=a22=1a_{11} = a_{22} = 1 e a33=−4a_{33} = -4): la circonferenza di centro l'origine e raggio 22.

Teorema. Ogni conica, con un cambio di coordinate fatto da una rotazione e una traslazione (che conservano distanze e angoli), si porta in una delle forme canoniche della tabella.

Esempio. L'equazione xy=1xy = 1, con la rotazione di 45∘45^\circ (x=x′−y′2x = \frac{x' - y'}{\sqrt{2}}, y=x′+y′2y = \frac{x' + y'}{\sqrt{2}}), diventa x′22−y′22=1\frac{x'^2}{2} - \frac{y'^2}{2} = 1: un'iperbole. Il conto: xy=(x′−y′)(x′+y′)2=x′2−y′22xy = \frac{(x' - y')(x' + y')}{2} = \frac{x'^2 - y'^2}{2} (prodotto notevole). La sostituzione è (xy)=P(x′y′)\binom{x}{y} = P\binom{x'}{y'} con P=12(1−111)=(cos⁡45∘−sin⁡45∘sin⁡45∘cos⁡45∘)P = \frac{1}{\sqrt2}\begin{pmatrix} 1 & -1 \\ 1 & 1 \end{pmatrix} = \begin{pmatrix} \cos 45^\circ & -\sin 45^\circ \\ \sin 45^\circ & \cos 45^\circ \end{pmatrix}, la matrice di rotazione di 45∘45^\circ: le sue colonne 12(1,1)\frac{1}{\sqrt2}(1, 1) e 12(−1,1)\frac{1}{\sqrt2}(-1, 1) sono gli autovettori normalizzati di A=(012120)A = \begin{pmatrix} 0 & \frac12 \\ \frac12 & 0 \end{pmatrix}, con autovalori 12\frac12 e −12-\frac12. Qui a2=b2=2a^2 = b^2 = 2: iperbole equilatera, vertici in x′=±2x' = \pm\sqrt2, cioè nei punti (1,1)(1, 1) e (−1,−1)(-1, -1), fuochi a distanza c=2+2=2c = \sqrt{2 + 2} = 2 dal centro lungo la bisettrice, cioè ±(2,2)\pm(\sqrt2, \sqrt2), e asintoti y′=±x′y' = \pm x', che nelle coordinate di partenza sono gli assi x=0x = 0 e y=0y = 0.

Grafico interattivo: L'iperbole xy = 1: gli assi ruotati di 45° (y = x e y = −x) sono i suoi assi di simmetria, gli asintoti sono gli assi coordinati; vertici (1, 1) e (−1, −1), fuochi ±(√2, √2)